La testimonianza di un Giudice

«Nei centri anti-violenza le donne sono interrogate senza attenzione od interesse riguardo all’autenticità delle loro accuse.   Le operatrici femministe si interessano a fare un “profilo” dell’uomo accusato, in maniera da assicurarsi che i pregiudizi standard sulla “condotta abusiva” siano inclusi nelle dichiarazioni della vittima e nei documenti legali.   Il maschio deve essere dipinto secondo il profilo classico dell’abusante.     L’uomo accusato può non aver mai picchiato, minacciato o insultato la moglie, ma una volta “profilato” diventa obbiettivo legale.  “Abuso del sistema giudiziario” descrive bene l’addestramento e gli sforzi di falsificazione messi in atto dalle femministe che operano in molti centri anti-violenza.

Ci sono segnali che molti Giudici stanno diventando consapevoli della verità e delle conseguenze sugli uomini vittima del braccio politico del femminismo.  Un Giudice familiare di Seattle dice

“la violenza domestica è stata politicizzata.  Obbligano noi giudici a frequentare corsi di “consapevolezza” dove veniamo arringati da esperte femministe.  Ero membro del consiglio del locale centro anti-violenza.  Sono rimasto scioccato dalla propaganda anti-maschio delle signore che dirigono il centro.  L’unica soluzione per loro è allontanare dal maschio cattivo […]”.

Circa il 50% delle accuse sono false, ed un uomo su 8 ne è stato vittima.   Secondo le statistiche della Polizia di Stato del Michigan, su 45,600 accuse di violenza, 44,220 erano basati solo sulla parola della sedicente vittima.   Ci sono migliaia di straniere che accusano un cittadino americano ottenendo immediatamente lo status di “immigrante protetta”.   Nelle regioni di confine pagano per “usare” un maschio che le sposa e viene subito accusato di abusi.

Nella realtà, nel 53% dei casi sono le donne a sferrare il primo colpo, sparano al coniuge 3 volte più frequentemente degli uomini, commettono il 52% degli omicidi familiari, la maggioranza degli infanticidi di bambini in cui, nel 64% dei casi, vengono uccisi bambini maschi.»

Fonte: http://www.fathermag.com/205/abuse con titolo originale “VAWA: The American Feminists’ Abuse Industry”

http://www.centriantiviolenza.eu/centriantiviolenza/testimonianza-giudice/

Camille Paglia sbotta: “Sono stanca di vedere l’uomo demonizzato. Tutta colpa di donne circondate da uomini addomesticati secondo il canone femminista.”

1. Camille Paglia, l’intellettuale pubblica più famosa d’America, femminista e lesbica, sbotta: “Sono stanca di vedere l’uomo demonizzato come la fonte di ogni male. Tutta colpa di donne ossessionate da diete e ginnastica, circondate da uomini addomesticati che hanno imparato a comportarsi secondo il canone femminista. Non è un caso se non ci sono mai stati tanti uomini gay come oggi”

2. “C’è mancanza di interesse per l’avvocatessa o la dirigente che non ha più nulla di femminile e vive in totale controllo di tutto, senza gioia e piacere. E spesso anche senza uomini, perché rifiutano di essere burattini. Se è vero che alla nascita siamo tutti bisex, in questa cultura è molto meglio essere gay”

3. ‘’L’occidente molle e relativista si sta trasformando nella Roma imperiale. Quando ciò accadrà non saranno i nostri politici laureati ad Harvard a difenderci ma gli uomini veri: camionisti, muratori e cacciatori. Per fortuna, la maggioranza”

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«In un’epoca di macchine magiche e incantatrici, una società che dimentica l’arte rischia di perdere la propria anima», scrive Camille Paglia nella prefazione di Seducenti immagini. Un viaggio nell’arte dall’antico Egitto a Star Wars (Il Mulino), il suo sesto libro, acclamato dalla critica, dove l’intellettuale pubblica più famosa d’America esamina 29 capolavori prima di proclamare che l’avanguardia è morta.

«L’Espressionismo astratto fu l’ultimo stile davvero d’avanguardia in campo pittorico», racconta l’autrice, parlando con «la Lettura» nella Hamilton Hall della University of the Arts, nel cuore di Filadelfia, dove dal 1984 insegna Humanities and Media Studies . «Nessun nuovo stile emozionante è emerso dopo la Pop Art, che ha ucciso l’avanguardia votandosi alla cultura commerciale. Tranne le fotografie omoerotiche e sadomaso di Robert Mapplethorpe degli anni Settanta, l’arte oggi è derivativa e ripetitiva».

Nell’ultimo capitolo lei afferma che George Lucas, regista e pioniere del digitale, è il più grande artista vivente.
«Lo è, anche se sono costretta a riconoscere che la rivoluzione digitale ha spianato la strada all’ignoranza globale dell’arte. Quando frequentavo l’università furoreggiavano i film d’autore europei: Bergman, Fellini… Ne ammiravamo il ritmo lento e la squisita raffinatezza della fotografia. Oggi i miei studenti idolatrano i videogiochi, colpevoli di aver deformato lo spazio, spalmando e allargando l’immagine con colori artificiali. Ecco: cartoni animati. L’arte che molti vorrebbero cancellare è a rischio».

Sta dicendo che la nostra arte è minacciata e che nessuno si sta organizzando per difenderla?
«L’Occidente molle e relativista si sta trasformando nella Roma imperiale e, come allora, rischia di essere sopraffatto dall’assalto di fanatici che lo vogliono distruggere. I fondamentalisti di Al Qaeda sono gli unni e i vandali che premono alla periferia dell’impero e non impiegheranno molto prima di paralizzare la sua rete elettrica, disintegrando la nostra cultura. Quando ciò accadrà non saranno i nostri politici laureati ad Harvard a difenderci ma gli uomini veri: camionisti, muratori e cacciatori, come i miei zii. Per fortuna, la maggioranza».

Lei scrive che i social media hanno ingombrato l’etere di futilità telegrafiche.
«Adoro il mio iPhone e quando nel lontano 1995 fui la prima autrice americana a scrivere per il web, un famoso giornalista del “Boston Globe” mi accusò di perdere tempo. Ma, pur convinta che l’ondata di cambiamento non può e non deve essere fermata, credo che, se vogliamo sopravvivere come cultura, non possiamo seguire la ricetta obamiana di un computer in ogni classe, che equivale a saturare i giovani con ciò che già hanno in eccedenza».

Che cosa propone, allora?
«Più arte, storia, poesia, letteratura. Si guardi intorno: nell’era dei social media i giovani hanno perso la capacità di interagire ed esprimersi. Lady Gaga è l’eroina di una generazione di zombie, privi di espressioni facciali, che non sanno più usare le mani e il corpo per comunicare. Gli studenti mi considerano una marziana perché gesticolo durante le lezioni».

Tocca all’università colmare le lacune?
«La mia generazione, quella dei baby boomers , per fortuna sta andando in pensione. Ma la sua eredità è devastante. Per decenni non potevi far carriera nelle università americane se non giuravi fedeltà alle teorie di Foucault. Per colpa del post-strutturalismo e del post-modernismo le facoltà umanistiche sono state marginalizzate. Io insegno a Filadelfia perché qui c’è una delle pochissime istituzioni che continuano a credere nelle arti in un’America dove la mancanza di rispetto per l’erudizione è diffusissima».

Eppure il femminismo è stato sdoganato proprio grazie all’avvento delle facoltà di «Women’s Studies», gli studi orientati al genere femminile.
«Star femministe come Kate Millett hanno fatto fortuna esortando le donne a buttare nella spazzatura Ernest Hemingway, D.H. Lawrence e Norman Mailer. Nei piani di studio Alice Walker ha sostituito Michelangelo e Dante, che peraltro gli studenti conoscono solo grazie a Dan Brown. Judith Butler, la più celebre teorica dell’identità sessuale, era una mia mediocre studentessa al Bennington College».

Le femministe storiche la considerano da sempre una sorta di spina nel fianco.
«Sono state loro le prime a farmi la guerra, ignorando che un giorno, da brava italiana, mi sarei vendicata. Nel 1970 cercai di unirmi al movimento, ma fui respinta perché misi in discussione la sua ortodossia dogmatica. Quando, durante un collettivo a New Haven, osai dichiarare che amavo Under My Thumb dei Rolling Stones, scoppiò il pandemonio. Per me quella canzone è un’opera d’arte, per loro un’eresia sessista.

L’approccio all’arte delle femministe è simile a quello di nazisti e stalinisti. Durante una conferenza la scrittrice Rita Mae Brown, ex di Martina Navratilova, mi spiegò la differenza tra me e loro: “Tu vuoi salvare l’università, noi vogliamo darla alle fiamme”. Per anni Gloria Steinem rifiutò di pubblicare i miei saggi su “Ms. Magazine”. Oggi nessuno sente più parlare della sua erede designata: Susan Faludi. Io sono ancora in piedi».

In effetti il suo modello di femminismo ha trovato molte seguaci.
«Rappresento un’ala del movimento perseguitata e messa a tacere per anni. Femministe come me e Susie Bright eravamo pro-sesso, pro-pornografia, pro-arte e pro-cultura popolare quando in America imperava la crociata di Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon contro “Playboy” e “Penthouse” e a favore delle leggi antipornografiche. A salvarci è arrivata per fortuna la rivoluzione di Madonna».

Madonna Louise Ciccone?
«Sì. Quando nel 1990 scrissi un’editoriale sul “New York Times” in cui la descrivevo come il futuro del femminismo, le leader storiche mi risero dietro, ma nelle librerie il mio libro Sexual Personae cominciò ad andare a ruba. Il responsabile della pagina dovette litigare con il direttore per non cambiare il mio linguaggio slang , mai usato prima in un editoriale. Fui io a spianare la strada allo stile discorsivo di Maureen Dowd, con cui presto condividerò il palcoscenico».

Dove?
«Il prossimo 15 novembre alla Roy Thomson Hall di Toronto terremo un dibattito sulla presunta fine dell’uomo. A sostenere questa tesi saranno Hannah Rosin e la Dowd; con Caitlin Moran, io difenderò invece il testosterone, perché sono stanca di vederlo demonizzato come la fonte di ogni male. Anche se Rosin possiede l’orecchio della working class , il padre era tassista, il suo libro parla all’alta borghesia bianca. Donne ossessionate da diete e ginnastica, circondate da uomini addomesticati che hanno imparato a comportarsi secondo il canone femminista. Non è un caso se non ci sono mai stati tanti uomini gay come oggi».

Come lo spiega?
«Mancanza di interesse per l’avvocatessa o la dirigente bianca laureata a Yale e Harvard, che non ha più nulla di femminile e vive in totale controllo di tutto, ma senza gioia e piacere. E spesso anche senza uomini, perché molti di loro rifiutano di essere burattini. È un fenomeno globale che spiega il successo planetario di Sex and the City . Perché se è vero che alla nascita siamo tutti bisessuali, in questa cultura è molto meglio essere gay».

Come giudica l’immagine della donna nell’arte?
«All’ultimo Mtv Award, Miley Cyrus si è spogliata, ma senza erotismo. La lezione di Madonna le è arrivata filtrata dalle sue cattive imitatrici: Britney Spears, Gwen Stefani e Lady Gaga. Dopo che Kate Perry e Taylor Swift hanno riesumato la femmina-principessina stile anni Cinquanta, si salvano solo Beyoncé, straordinaria performer senza nulla da dire, e Rihanna, che adoro. Anche Jennifer Lopez e Angelina Jolie mi hanno delusa e oggi le trovo noiose».

In una recente intervista lei si è scagliata contro il silenzio delle femministe americane nei confronti del femminicidio in India.
«È un silenzio vergognoso dettato da ipocrisia politicamente corretta, secondo la quale criticare una nazione non occidentale è razzismo. Ma qui si parla poco anche del femminicidio in Italia e della luttuosa catena di donne rapite, stuprate e ammazzate in America».

Vede un incremento di violenza contro le donne?
«Il vero problema è che le terapie farmacologiche hanno sostituito un po’ ovunque Sigmund Freud. Rinnegando la psicoanalisi, la nostra società si è esposta all’aggressione di menti criminali e psicotiche, contro cui né la polizia né tantomeno la pena capitale sono deterrenti».

È sorpresa dall’entità del fenomeno in Italia?
«No. Picchiare, commettere abusi o uccidere una moglie o la fidanzata è legato alla dipendenza dalla figura materna di uomini rimasti bambini. Dietro ogni assassinio c’è un simbolo, l’ombra nascosta di un trauma infantile che solo la psicoanalisi può far riemergere. Ma è anche colpa delle donne italiane ingenue, che rifiutano di leggere tutti i segnali che precedono la violenza. E anche la crisi della famiglia contribuisce al femminicidio. Un tempo, se toccavi una donna italiana, sapevi che il padre o il fratello sarebbero venuti a cercarti per regolare i conti».

Lei è stata definita l’erede di Harold Bloom, il suo ex professore a Yale.
«In realtà non ho mai studiato con lui. Nel 1971, quando seppe che stavo scrivendo per il mio PhD una dissertazione sul sesso che nessun docente voleva sponsorizzare, mi convocò nel suo ufficio. Mi disse: “Mia cara, sono io l’unico che possa dirigere quello spartito”».

Lo considera il suo mentore?
«Bloom, allora già molto controverso, fu l’unico a credere in me e a capire esattamente le mie idee. A metà degli anni Cinquanta era stato licenziato insieme a Geoffrey Hartman, in una vera e propria crociata antisemita messa in atto dall’establishment wasp (bianco, anglosassone e protestante) di Yale. Anche io più tardi conobbi la discriminazione a Yale a causa del mio cognome».

Nel 2004 Naomi Wolf pubblicò un articolo sul «New York Magazine» dove affermava che Bloom l’aveva molestata a Yale.
«A quei tempi le relazioni studenti-docenti erano comuni e nessuno osava metterle in discussione. Anche Bloom ci provò con Naomi, nota civetta, ma quando lei si rese conto che l’illustre docente era interessato più al suo seno che alla sua poesia, si alzò per andare a vomitare in bagno. Aver aspettato vent’anni per raccontarlo è riprovevole».

Che cosa pensa del besteller «Facciamoci avanti»?
«Penso che Sheryl Sandberg menta nel descrivere il personale che l’aiuta in casa e con il figlio: uno staff immenso. Però l’autrice ha ragione quando afferma che una boss di polso è giudicata una stronza e che le donne hanno paura a chiedere l’aumento di stipendio. Serve una riforma dell’università che sponsorizzi asili nido per permettere alle giovani mamme di iscriversi e frequentare. Per non trovarsi come me, che sono diventata mamma a 55 anni, quando adottai il figlio oggi undicenne della mia ex compagna».

Come nasce il suo spirito ribelle?
«Mio padre era un sostenitore del pensiero indipendente. Reduce dalla Seconda guerra mondiale, fu lui a insegnarmi a difendermi nel caso venissi attaccata fisicamente. Ero la primogenita, e mi trattava come il maschio che avrebbe voluto. Poi sono nata nel segno dell’Ariete e vengo da Ceccano, da una stirpe di guerrieri volsci e capatosta. Anche l’amore per la cultura è nel Dna. Papà è stato l’unico dei suoi dieci fratelli a laurearsi, diventando docente di Lingue romanze. Suo padre, barbiere, aveva la passione per i libri di diritto. La nostra dedizione per il sapere viene anche dalla religione cattolica. Tra i parenti annoveriamo una suora, un prete, un vescovo di Avellino e un sagrestano in Vaticano».

È più facile nascere donna oggi rispetto a 60 anni fa?
«Oh mio Dio, non c’è paragone. Essere ragazzina come lo sono stata io negli anni Cinquanta era spaventoso. Volevo suonare la batteria, indossare i pantaloni, giocare a basket: tutte cose vietate alle bambine. Se volevi dimagrire, la clinica locale ti prescriveva una pillola di anfetamina, invece di incoraggiarti a fare ginnastica. Anche oggi però ci sono donne che continuano a soffrire, soprattutto in Paesi come Afghanistan e Pakistan. Ma credo che all’India spetti il triste primato».

 

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/1-camille-paglia-lintellettuale-pubblica-pi-famosa-damerica-femminista-e-lesbica-sbotta-sono-stanca-67265.htm

http://lettura.corriere.it/ci-salveranno-i-camionisti/

 

 

Il doppio dramma dei padri separati migliaia di euro tra avvocati e psicologi

Non è soltanto la crisi a spingere verso al povertà. E’ il caso di chi, oltre a perdere un lavoro si trova ad affrontare una rottura familiare, che tra spese legali e terapeuti può costare cifre a quattro zeri: “Finchè si vive in una famiglia si ha una vita e un reddito normale, una volta che si passa per la separazione si diventa immediatamente indigenti”

 

Le separazioni? Sono un affare, per gli avvocati e gli psicologi. Il risultato, spesso, è il tracollo finanziario delle (ex) famiglie, costrette a sobbarcarsi spese non alla loro portata, solo per vedersi riconoscere il diritto a vedere i propri figli per poche ore alla settimana. È questa la tesi che sostengono sempre più padri separati, alle prese con cause in tribunale per decidere dell’affidamento dei loro bambini.

“Se una coppia vuole separarsi e non trova un accordo – spiega Vittorio Persico, uno degli ospiti della casa per i papà separati di Rho – si entra in un meccanismo lungo e complesso che mette in moto un avvocato per parte, uno psicologo nominato dal tribunale e altri due psicologi, uno per parte”. Un iter che ha un costo, oltre che dal punto di vista emotivo per i figli e i genitori, anche economico: “Si parla di cifre che, solo per gli psicologi, oscillano dai 10 ai 15mila euro”, aggiunge il papà. È facile allora capire perché nelle categorie a rischio è sempre più facile trovare padri separati: “E’ un fenomeno strano che porta una persona, fino a che vive in famiglia, ad avere una vita e un reddito normale, mentre una volta che si è passati per la separazione, si diventa immediatamente indigenti”, racconta Enrico Croci, responsabile della casa di Rho. Di questo fenomeno ha parlato e continua a parlarne Vittorio Vezzetti, un pediatra che da anni si batte per l’applicazione della legge sull’affidamento condiviso. In un libro ha raccolto cento storie di separazione, dimostrando come, attraverso l’affidamento che lasci spazio a entrambi i coniugi si migliori la qualità della vita dei figli e sia più facile arrivare a un accordo. Di conseguenza, a ridurre gli esborsi economici che portano tante famiglie sotto la soglia di povertà.

“Oggi in Italia sono oltre settanta le associazioni che vogliono dare dignità alla genitorialità e si battono per fare in modo che i bambini possano frequentare sia la madre che il padre – aggiunge Persico -. Nel nostro paese, in realtà la legge già esiste ma viene applicata molto raramente, visto che in oltre il 90 per cento dei casi il minore viene affidato alla madre. Per questo motivo c’è fermo al Senato un nuovo provvedimento legislativo che vuole potenziare questo strumento di suddivisione ma per ora non si riesce a fargli concludere l’iter”. Negli altri paesi europei la situazione è completamente diversa: “Questa tipologia di affidamento è già in uso in modo stabile; l’Italia, purtroppo, anche in questo è fanalino di coda nell’Ue”.

 

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/20/news/nuovi_poveri_le_separazioni-31523665/

40 anni di divorzio femminista: il disastro è totale e la sofferenza infinita.

Separazioni e divorzi sempre più frequenti sottopongono le famiglie a traumatiche destrutturazioni. L’esito a lunga scadenza della Pas è l’alienazione del sentimento di genitorialità nella nuova generazione, in particolare maschile.

La PAS: Violenza e Rivalsa.
Separazioni e divorzi sempre più frequenti sottopongono le famiglie a traumatiche destrutturazioni.

Si è affacciato da poco nella letteratura psicologica italiana il parametro concettuale della Sindrome di Alienazione Genitoriale (Parental Alienation Syndrome – PAS), così definita dallo psicologo forense Richard Gardner, della Columbia University di New York, all’inizio degli anni Ottanta.

Si definisce come una patologia relazionale la cui principale manifestazione è la campagna di denigrazione da parte del figlio nei confronti del genitore non convivente fino al suo rifiuto , a seguito dell’indottrinamento dell’altro genitore.

La PAS è il risultato della combinazione di una “programmazione” effettuata dal genitore alienante e dal contributo offerto dal figlio, per escludere il genitore bersaglio dalla propria vita.

Quando la separazione dà luogo ad aspri conflitti non governati, i figli divengono oggetto di contesa e/o di ricatto, armi per ferire l’altro coniuge o per mostrare la propria superiorità. Il genitore alienante coinvolge il figlio, lo utilizza come confidente ed attua comportamenti finalizzati a separarlo dall’altro genitore; lo rende complice per rafforzare quanto più possibile il legame esclusivo.

Questo genitore è una persona vulnerabile, immatura e dipendente dall’accettazione degli altri ; il rapporto che instaura con il figlio è centrato sulla dipendenza, sulla genitorializzazione piuttosto che sulla spinta verso l’autonomia e la crescita di questi.

La genitorializzazione implica una distorsione soggettiva del rapporto come se il figlio fosse il proprio genitore, invertendo così il potenziale generazionale. Tale dinamica è alla base di configurazioni relazionali patogene.

I figli non assistono passivamente, ma si inseriscono e spesso si schierano nella conflittualità familiare.
Un fattore centrale del contributo del bambino alla manifestazione della sindrome è l’acquisizione di potere, attribuito dal genitore indottrinante nel contesto della campagna di denigrazione contro il genitore alienato.

Appoggiando automaticamente il genitore percepito come il più potente, i figli si identificano con l’aggressore: attuano così un meccanismo di difesa da eventuali punizioni come quelle inflitte al genitore vittimizzato. Se dimostrassero affetto verso il genitore bersaglio essi stessi correrebbero il rischio di ritorsioni, quanto meno la perdita dell’affetto di quello alienante.

Come sostiene Gardner: “il programmatore scrive il copione e il bambino lo recita” (Gardner, 2002).

Le madri risultano essere genitori alienanti in numero massiccio rispetto ai padri.

Ma da dove origina tale comportamento?

Una decina di anni addietro fece scalpore una sentenza penale che condannava un genitore ad un anno e mezzo di reclusione, oltre al risarcimento dei danni all’ex coniuge. Il padre, affidatario di due figlie minori che rifiutavano qualunque relazione con la madre, veniva così sanzionato per non aver educato le bambine a sentimenti positivi nei confronti di quest’ultima.

La sentenza evidenziava quindi le omissioni paterne, evitando accuratamente di riportare azioni negative orientate a condizionare il comportamento delle figlie; azioni e comportamenti che sarebbero rientrati nel quadro indicativo di alienazione parentale.

Una decisione in tal senso avrebbe infatti legittimato una sintomatologia che, seppur criticata in alcuni ambienti scientifici, iniziava ad affermarsi negli USA quale metodo di valutazione nei troppi casi di rifiuto parentale dei figli a seguito di divorzio dei genitori. Ed avrebbe creato un precedente giurisprudenziale da applicare indistintamente nei successivi procedimenti similari.

Lo scalpore derivava dal fatto che per la prima volta assurgeva ad oggetto di dibattito il diritto dei minori a mantenere un costante e significativo rapporto col genitore non convivente. Ma molto di più dal fatto che ad essere sanzionato anche penalmente fosse un padre.

Al tempo vigeva l’affido esclusivo dei figli, di cui era titolare la madre in percentuale bulgara, fatta eccezione per casi estremi: droga, alcolismo, detenzione, abbandono familiare, gravi malattie, decesso post separazione.

Tant’è che un esercito di padri separati, già organizzati in attivissime associazioni, reclamava a gran voce una modifica legislativa della prassi, lamentando lo status di vittime dell’alienazione parentale per se stessi e per i propri figli.
Possibile quindi che una sentenza così esemplare, di tale portata innovativa, andasse a colpire proprio nell’esigua pattuglia dei padri affidatari ?

I media, tramite zelanti opinionisti arruolati nella battaglia antipaterna, si affrettarono a rassicurare le madri affidatarie circa l’immunità giudiziaria, essendo l’agire materno – pur se alienante e violento – comunque finalizzato al benessere della prole.

Infatti, quasi contemporaneamente, si determinò con sentenza un principio totalmente contradditorio: era diritto del figlio minore – in questo caso affidato alla madre – rifiutare il padre antipatico.

L’origine della presunta antipatia veniva ovviamente addebitata al comportamento paterno.

Siffatta schizofrenia rivela che il conclamato diritto del minore altro non è che un contenitore da cui estrarre ciò che serve a soddisfare l’interesse di un adulto e penalizzare l’altro. Un vincente contro un perdente, che nella coppia genitoriale in conflitto si configurano perlopiù nella figura materna contro quella paterna.

In base alle regole del procedimento giudiziario, il minore è una somma di diritti e doveri da ripartire fra due antagonisti, i genitori appunto che se lo contendono legittimati a tale gioco.

Dunque la conflittualità di coppia, che dovrebbe trovare soluzione nel procedimento legale, viene invece amplificata dalla conflittualità implicita nel procedimento stesso, la cui prassi è fondata necessariamente sull’antagonismo delle posizioni.

Tale prassi, mistificante ed espulsiva, tende ad inquadrare un unico colpevole su cui scaricare le responsabilità di tutto un sistema. Un capro espiatorio, la cui formazione è un meccanismo sociale ben conosciuto.

La conflittualità della coppia genitoriale e le ripercussioni negative sui figli costituiscono una indispensabile ragione d’essere, materia prima da sfruttare per mantenere alta la redditività del business e la capillarità del controllo sociale.
Se questa si risolvesse in un autentico accordo di collaborazione tra le parti, verrebbero a mancare lucrosi guadagni, sia in termini economici che di potere, per tutte le figure professionali che ruotano intorno.

La cultura dominante, con le sue campagne mediatiche di criminalizzazione, ha già provveduto all’eliminazione del simbolico paterno quale canale di trasmissione di regole e valori che aiutano il figlio a maturare e responsabilizzarsi.

Ciò è frutto di una necessità funzionale alle società avanzate e va di pari passo con il dettato femminista di destrutturazione familiare, a sua volta strumentale alla globalizzazione dei mercati, dei prodotti, degli stili di vita. Dove la famiglia – comunque formata ma priva al suo interno di solidi ed efficaci legami relazionali – è ridotta a pura cellula consumista di beni e servizi.

Il Sistema Separazioni e Tutela del Minore – con il suo apparato socio-medico-giudiziario – è espressione di questa cultura.

In troppi casi le strategie giuridiche sembrano ispirarsi ad una sorta di settarismo matri-bambinocentrico, che delegittimando la figura paterna opera la svalorizzazione dei principi normativi socialmente condivisibili.

Espelle il padre dal suo ruolo protettivo-educativo-formativo e garantisce la diade madre-figlio indebolita, quindi più facilmente suggestionabile e manipolabile a livello di soddisfazione di bisogni indotti.

L’istituto di affidamento/collocazione del figlio ratifica automaticamente la presunta superiorità e competenza genitoriale, e di conseguenza la percezione di un torto subito ad opera del ex partner, perdente poiché negativo e colpevole.

A questi aspetti è particolarmente sensibile e reattiva la struttura psichica femminile.
La nuova unità che va a sostituire la precedente cellula familiare è costituita da un genitore e suo figlio, ma al tempo stesso da un ex partner e il suo bisogno di riparazione/vendetta. All’unione coniugale subentra il vincolo dell’odio. Da qui a danneggiare l’altro con tutti i mezzi possibili quale rivendicazione aggiuntiva di giustizia, il passo è breve.

Quando si strappa un genitore ad un figlio lo si depreda di una parte fondamentale della sua identità, della sua storia evolutiva. E questa è violenza.

Quando si sottrae un figlio ad un genitore si sopprime quella parte fondante della sua individualità che si è formata nel momento in cui è diventato qualcosa che prima non esisteva. La sua individualità è mutata, arricchendosi di un’identità genitoriale. Impedirgli di essere genitore equivale a sopprimere un aspetto vitale di sé, essenziale per continuare a dare un senso alla vita. E questa è vendetta.

La PAS concretizza entrambe le cose. Non è direttamente ascrivibile alla conflittualità tra gli esseri umani, di cui permea la vita quotidiana con varie gradazioni. Ma all’ apparato di intervento giudiziario, ed ancor più all’ Ordine socio-culturale che la alimenta e ne sollecita la distorsione in vittimismo risarcitorio.

E’ veramente risarcitorio?

Quando un bambino è costretto a negare un genitore non rinuncia solo alla persona fisicamente percepibile, ma anche all’attivazione dell’immagine interna corrispondente. La privazione di una figura genitoriale arresta il processo di identificazione-differenziazione su cui si basa il suo sviluppo e la sua maturazione.

In particolare la demolizione della figura paterna – cioè della norma anche morale, progressivamente sostituita da dispositivi giudiziari e regolamenti burocratici – rende i figli prigionieri di una infanzia perenne: incapaci di autonomia, inadeguati a reggere il peso di rinunce e sconfitte, alla ricerca sterile e narcisistica di approvazione dei pari, appiattiti sulla “massa” che assume in modo totalitario il ruolo di guida lasciato vacante.

Educati dalla televisione, dal web, dallo shopping center, questi figli intendono la vita come un tempo esclusivamente devoluto al divertimento, al piacere, al facile consumo. Disinibiti su tutto, crescono invece inibiti al rispettto del prossimo, delle istituzioni, alla capacità di pensiero ed immaginazione, rimpiccioliti in senso morale, civico ed estetico.

Le femmine inoltre sviluppano profonda insicurezza, bassa autostima e fragilità psicologica, che si manifestano con comportamenti lesionisti (anoressia, bulimia) o sessualmente provocatori.

L’autostima non si struttura sull’apprezzamento degli adulti di riferimento, ma sul consumo di mode e prodotti legati ad immagini e marchi di successo sollecitato dai media.

Il soddisfacimento istantaneo dei desideri prevale sulle responsabilità verso se stessi e di fronte al mondo.

Indeboliti e fragili, tesi ad esternare la propria aggressività solo in senso distruttivo, i figli della PAS vengono fatalmente consegnati alle variegate forme di disagio. Per essere presi in carico – ovvero continuare a dipendere – dalle mille terapie e tecniche consolatorie, a loro volta funzionali alla società consumistica ed al controllo burocratico.

La generazione affetta da PAS cresce non solo senza un padre, ma anche con l’evidenza che è il conflitto a decidere chi comanda; che un genitore può estromettere l’altro da ogni contatto e decisione, eludendo impunemente l’esercizio degli altrui diritti. Apprende precocemente la delegittimazione della giustizia e il disvalore della legalità.

Consapevole di essere usata come strumento nel conflitto ad oltranza, agisce poi lo stesso comportamento ricattatorio, estorsivo e manipolante di cui è stata vittima e collusa. Nei confronti di chiunque, a cominciare dal genitore che ha fornito il modello e dei complici istituzionali poi (insegnanti, autorità, figure educative ecc..)

I genitori alienanti finiscono per diventare vittime di se stessi, incapaci di emanciparsi dalla trappola di solitudine, depressione, nevrosi ossessiva, conflittualità permanente, anaffettività e attaccamento patologico ai figli, nella quale sono imprigionati.

Dopo aver investito infinite energia nella guerra contro l’altro genitore, esauriti abdicano il proprio ruolo. Non ce la fanno a sopportare l’intero carico educativo di cui si sono voluti appropriare: il compito di impartire linee-guida ai figli è invalidato alla base dal cattivo esempio loro somministrato.

In bilico tra il sentore del proprio fallimento e la sistematica colpevolizzazione del capro espiatorio, si ritrovano psichicamente non attrezzati ad affrontare i disagi dei figli.

Li negano oppure tollerano con noncuranza le conseguenze: sballo e devianza vengono derubricati a ragazzate.
La presunta iniziale vittoria si rivela alla lunga una lacerante sconfitta.

 

Il disastro è totale e la sofferenza infinita.

Le Associazioni di genitori separati avevano previsto tutto. Hanno portato avanti per lustri – legislatura dopo legislatura – battaglie politiche ed amministrative orientate a modificare la prassi giudiziaria e l’impianto culturale che ne è alla base.

L’esito fu il varo della legge 54/2006 – cd dell’affido condiviso – che capovolge il concetto fino ad allora vigente: non più la tutela dell’interesse dell’adulto, ma l’interesse del bambino quale soggetto di diritti. Ed introduce il principio della Bigenitorialità (termine coniato dalla Gesef nel 1999) quale diritto inalienabile del minore al rapporto continuativo e significativo con entrambi i genitori, su cui si articolano le disposizioni inerenti le responsabilità genitoriali.

Una rivoluzione: che – a distanza di cinque anni – quello stesso apparato giudiziario e quello stesso ordine socio-culturale che osteggiavano la riforma, hanno pervicacemente fatto fallire.

Le macerie disseminate lungo il cammino fin qui fatto ci inducono a concludere che non c’è spazio, né volontà di applicazione, per ulteriori strategie legislative.

Quale soluzione?
La risposta sta arrivando da ben altri ambiti.
La massiccia disgregazione familiare degli ultimi decenni e dei valori connessi, ha avuto l’esito – poco considerato – di esaurire le risorse capitalizzate dalle generazioni del precedente boom economico

La flessibilità lavorativa ormai affermata azzera il mito del “posto fisso”, mentre i costi abitativi sono quadruplicati. I giovani in procinto di sposarsi o diventare padri difficilmente risultano intestatari di un bene immobiliare/patrimoniale, sia per l’impossibilità di accedere al credito sia per la consapevolezza di perdere tutto in caso di separazione.

Le famiglie separate del futuro imminente saranno ancora più povere, ed i loro figli più soli.

Lassegno di mantenimento, da sempre principale rivendicazione/privilegio femminile – materno, sparirà dal vocabolario forense.

Le future madri, quando decideranno di separarsi, dovranno contare solo su se stesse: lo Stato Sociale, finanziaria dopo finanziaria, non è più in grado di elargire benefici economici di genere.

I futuri padri, senza stipendio fisso, con occupazioni precarie, sprovvisti di proprietà, non saranno più ricattabili e certo non si affanneranno ad elemosinare la salvaguardia di un ruolo genitoriale in disuso.

La nuova generazione maschile, cresciuta in ambienti governati perlopiù dal femminile (baby-sitter, educatrice, maestra, insegnante, pediatra, persino la catechista ecc.), è totalmente estranea al senso di colpa che ha marchiato la vita dei loro padri e dei loro nonni, sommersi dal piagnisteo femminista.
Non si sentono affatto in debito nei confronti del genere femminile. Anzi.

Depositaria di diritti indiscussi e paritetici, è estranea al senso del dovere e protezione che nella società patriarcale distingueva il ruolo maschile. Ha assimilato rapidamente come le azioni positive promosse dalla politica delle cosiddette “Pari Opportunità” altro non sono che una discriminazione contro il maschio, e reagisce di conseguenza.

L’esperienza vissuta dai figli della separazione li ha già addestrati ad un sistema che, anziché valorizzare le responsabilità paterne ne disincentiva l’assunzione.

Dopo essere stati vittime della PAS come figli, difficilmente saranno disposti a diventarlo come padri.

L’esito a lunga scadenza della Pas è l’alienazione del sentimento di genitorialità nella nuova generazione, in particolare maschile.

Cui si coniuga la crisi economica globale, che sta azzerando le ultime risorse disponibili ed i diritti/privilegi ritenuti acquisiti.

Paradossalmente saranno queste prospettive, di per sé drammatiche, a disinfestare il campo delle relazioni familiari dall’inquinamento ideologico-giudiziario che lo ha ridotto in macerie.

Quello che verrà dopo resta un punto interrogativo: per la fiducia che nutriamo nelle capacità umane di riemergere dal baratro, noi riteniamo che sarà migliore.

 

[Fonte gesef.org – Elvia ficarra]

Gli Eroi Perversi di una cultura senza Padre e senza Eroi

utoya-terrorismo-300x200La strage compiuta in Norvegia dal giovane -o quasi giovane (meglio precisarlo, dato che ormai si è giovani anche a cinquantacinque anni)- Anders Breivik, trentaduenne esaltato e psicopatico, lascia attoniti e sconvolti per una quantità impressionante di motivi.

In primo luogo, per le dimensioni del massacro: settantasei morti, cadavere più, cadavere meno.

In secondo luogo, per la terribile determinazione con cui il massacratore ha agito: inseguendo uno per uno quei poveri ragazzi, e sterminandoli anche se imploravano pietà. Sembra che solo uno è riuscito a salvarsi, implorandolo pervicacemente: ma non si sa bene se Anders lo ha accontentato o, solamente, si è distratto cercando altre prede.

In terzo luogo, perché tutto questo è avvenuto nella civilissima e ricchissima Norvegia, paese nel quale lo stato assiste i propri cittadini dalla nascita alla morte con una solerzia e una capacità degna della miglior socialdemocrazia nordeuropea possibile, creando attorno a ciascuno un mondo di certezze, e garanzie, soavemente diffuse, nitide e rispettanti, nel quale tutto ci si può aspettare, ma non che un trentaduenne biondo, occhi chiari e sguardo da spot pubblicitario per crociere nei fiordi e salmoni appena pescati, imbracci il mitra e invece che a portarti a prendere il numero dell’assistenza sociale, massacri decine e decine di persone, sicuramente con la stessa scrupolosità con cui qualche suo coetaneo elenca ai nuovi residenti a cosa hanno diritto insieme alla residenza in Norvegia.

Altro punto ancora di stupore, è nel fatto che la Polizia locale -grazie appunto alla civilissima società di cui è nitida espressione- era del tutto impreparata a gestire tragedie simili, col risultato che il biondino ha scorrazzato su e giù per il teatro del suo scempio, come e quanto ha voluto.

Nel frattempo, solo alcune barchette a remi, trainate da semplici turisti o cittadini, cercavano di mettere in salvo chi potevano, e così, invece che aringhe e merluzzi, pescavano sopravvissuti adolescenti, e tremanti, e angosce terribili, e terribilmente annidate in quei fondi freddi e silenziosi che sanno di creature di mondi altri e primordiali.

Infine, ma non sappiamo se l’elenco deve davvero chiudersi qui e se i luoghi dello stupefarsi siano davvero esauriti, l’altro motivo di stupore è nello scoprire che tutto era premeditato da anni, ma anche che era tutto sotto gli occhi di tutti: e dunque che tutto quanto si potesse -e si dovesse- sapere per prevedere e impedire l’accaduto, era sotto gli occhi di tutti, ben postato e ben impostato su Internet.

Il che implica che tutti questi contenuti sono stati, evidentemente, considerati “normali” da tutti. Normali, però, forse solo perché normalmente etichettabili: con l’etichetta di “roba di estrema destra”. Roba di intolleranza, dunque, di fanatismo: roba da non prendere in considerazione.

Il che implica, ovviamente (o meglio: se ci si ragiona) che l’etichettatura politica ha avuto la grande funzione di far ignorare la violenza che covava nel “messaggio”.

A strage fatta, molte voci si sono levate.

C’è chi ha cercato la trama oscura, e il complice del folle – complice che magari c’è davvero, ma non crediamo sia così importante scoprirlo, se non ai fini di giustizia del caso singolo e forse di qualche possibile clone del biondino; c’è poi chi ha puntato il dito sulla idiozia del male in quanto agito politico; c’è chi ha esecrato e maledetto il razzismo del gesto e la matrice ideologica di destra, c’è chi ha detto che la colpa è dell’Islam, e chi, invece, che “Gridare invece al complotto neonazista alimenta la guerra contro il nuovo mostro interno che inquieta l’Europa.” (Pierluigi Battista, sul Corsera).

C’è poi chi ha sostenuto che “in un primo tempo quando la pista islamica sembrava avvalorata, tutti ci sentivamo come rincuorati” come ha detto Magdi Cristiano Allam, che parla di “razzisti nati dal multiculturalismo” e conclude che “Se vogliamo sconfiggere questo razzismo dobbiamo porre fine al multiculturalismo.”.

C‘è poi chi, come un capo carismatico qual fu Adriano Sofri (e che forse ai suoi tempi non si negava all’applauso per le sue gesta “contro”), ha detto (curiosamente? O transferalmente?) che “Breivik, autore di una premeditazione delle più lunghe e ripugnanti – vivere anni nell’aspettativa e nella preparazione scrupolosa di una strage di innocenti – ha preteso di allestire anche l’interpretazione autentica di sé e del proprio gesto, con la firma d’autore. Di indurre gli altri, le persone “normali” attonite al punto di cercare una spiegazione a ciò cui non deve andare che orrore e disprezzo, a cercarla nell’esegesi dei suoi scritti preventivi, e dei discorsi che ancora si dispone a fare, dal momento che ha voluto uscire vivo dal suo gran giorno.

Ci sembra però che da tutto questo -da questa tragedia orribile e dai relativi commenti- esali un paradosso, terribile e agghiacciante nella mia lettura, per la quale tutti questi commenti fanno in qualche modo parte del problema.

Tutti i commenti letti danno per scontato che quello del biondino sia stato un atto di follia, ma nessuno – però – va poi a tentare una lettura veramente psichiatrica, e psicologica, di questa follia.

E’ paradossale, insomma, dare dal matto ad uno che -ad esempio- si creda Napoleone, e poi discuterne politicamente il suo voler conquistare l’Europa.

Questa si chiama, in linguaggio psichiatrico e psicoterapico, collusione con il malato.

Tutti quelli che si stanno occupando della tragedia norvegese, stanno però puntando la propria attenzione esclusivamente sulla dimensione “ideologica” del crimine, su quella “politica” e/o su quella sociologica, e nessuno, invece, si apre a una riflessione psichiatrica e psicologica su questo “ragazzo”, sui suoi “agiti”, sulle profondità da cui emergono.

La psicopatia di Breivik viene liquidata da tutti come follia, come ovvio.

Ma -insomma!- questa follia viene poi paradossalmente analizzata come se fosse una valida idea politica o il valido dispiegarsi di ideologie che, per quanto folli, devono esser discusse nelle loro radici sociologiche e politiche. Attraverso mondi lontanissimi dunque -e alieni, si potrebbe proprio dire- dalla follia.

Il che implica allora che -con la “scusa” dell’analisi socio-politica- si sta continuando a coprire qualcosa di pericoloso.

Nessuno -e a mio avviso questo è per l’appunto estremamente significativo- affronta cioè il problema dal suo versante più naturale: quello psichiatrico, cui può seguire lo sguardo -forse più angosciante- legato alla lettura con la lente della psicologia del profondo.

A mio avviso, dunque, c’è la tendenza a rimuovere una lettura psicologica profonda di questo e degli altri eventi simili, che negli ultimi anni sono sicuramente aumentati.

Perché secondo me, il punto da cui iniziare la vivisezione di questa tragedia, è un altro. Più inquietante della rassicurante spiegazione-esecrazione politico-ideologica.

Stupisce, insomma, che nessuno prenda in considerazione quale possa essere la matrice psichica di una follia del genere, soprattutto considerando che tutti -nessuno escluso- inquadrano la mostruosità di Anders Breivik come un atto folle.

E questa rimozione è, innanzitutto, funzionale a non percepire l’angoscia che un simile evento può dare, se si smette di considerarlo solo per le sue implicazioni politiche e lo si considera come atto umano.

Poi, c’è da ipotizzare se anche questa rimozione non faccia parte di ciò che genera tali follie.

E la personale lettura di questa vicenda è proprio questa: la gente ha paura di approfondire una chiave di lettura psicologica di un evento del genere, perché non vuole andare a scoprire quello che già sa essere alla base.

Non è la prima volta che mostri simili a Anders Breivik emergono dagli abissi dell’anonimato e di società in qualche modo perfette e organizzate.

I precedenti sono negli USA, ovviamente, ma anche in Francia e in altri paesi.

La lettura che qui vogliamo dare della strage compiuta da Anders Breivik -come delle altre- è una lettura classicamente legata alla psicologia del profondo, soprattutto a quella di matrice junghiana.

Per quanto mi riguarda, ritengo che esplosioni simili di follia -che ormai non raramente balzano agli oneri della cronaca, vadano lette esattamente come Jung -beccandosi poi l’accusa, atroce e idiota insieme, di essere lui un “nazista”- lesse appunto il nazismo. Dottrina folle che lui inquadrò come l’esplodere degli aspetti negativi di un archetipo -quello di Wotan- che dormiva ignorato e misconosciuto nella coscienza germanica.

Stragi del genere, invece, evocano altre presenze archetipiche, di cui la nostra cultura ha rimosso in gran parte segni e presenze.

Uno di questi temi archetipici è quello dell’Eroe, che agisce isolatamente e contro la massa, per affermare la propria individulità.

Nella nostra cultura il tema dell’Eroe è ormai un tema negativo, e tutti gli eroi hanno ormai, invece, caratteristiche di anti-eroi.

Non devono combattere veramente, non con rabbia e ardore, devono essere animati da mitezza e ragionevolezza, mostrarsi tolleranti, “soft”, e morbidi.

Devono essere eroi “rosa” e al femminile, insomma, e non rossi e virili.

Eroi per i quali non è più un valore scagliarsi contro qualcosa e per qualcuno, o qualcosa, e soprattutto contro stereotipi e banalità del pensiero comune.

Questo è un mondo nel quale è obbligatorio essere tutti corretti, credere tutti negli stessi valori di fondo (sostanzialmente areligiosi) e, soprattutto, esser tutti “politically correct”.

Non esistono più la diversità, la specificità, l’identità: che trovano un loro esistere solo nel possesso di oggetti e status.

Tutto questo, prima o poi, genera mostri, a mio avviso. Genera Eroi Perversi e spaventosi.

L’altro tema archetipico ignorato dalla nostra cultura è il Padre.

Il Padre è scomparso, dalla nostra società, ed è relegato fra gli oggetti inutili.

Non è un caso che il tragico Anders Breivik fosse un fondamentalista “cristiano” (a suo modo di vedere), e che vestisse i panni di chi opera per conto del “Padre”, e in divisa, contro l’invasione della moltitudine perversa.

E non è nemmeno un caso che Anders Breivik sia nato in Norvegia, vale a dire in una delle più grandi perfette e ricche socialdemocrazie nordiche, nelle quali uno stato-madre pensa a tutto, e fin dalla nascita ti garantisce da ogni ansia e preoccupazione. Al punto che, fatto emblematico, uno non deve nemmeno preoccuparsi se, ammazzando un centinaio di persone, finisce in galera. Non rischia nemmeno trenta anni di galera.

E non è nemmeno un caso -nella mia lettura, che so potrebbe scandalizzare molti, e rendermi oggetto di accuse assurde (la prima delle quali, in questi casi, è che si è d’accordo con l’operato del mostro!) che non è nemmeno un caso, ripeto, che Anders Breivik non avesse mai vissuto con il proprio padre, il quale ha divorziato dalla madre del mostro appena questi è nato.

E, soprattutto, che Anders Breivik ed il padre non hanno mai vissuto insieme, e hanno avuto solo qualche contatto quando lui era bambino. Ma fino al 1995.

I fatherless, si sa, sono in cima alle statistiche per eventi criminali, oltre che per problemi psichiatrici e per disagi psichici. E in Norvegia, paese di pescatori che stanno lontani dalle famiglie per mesi e mesi, i padri da sempre hanno poca presenza (e nessuna incisività) nella vita dei figli (a cui, sembra, le madri possono cambiare il cognome, attribuendo loro quello del nuovo compagno).

A mio avviso, tutto questo porta a concludere -o almeno ad ipotizzare- che in questo momento siamo in presenza di un potenziale archetipico distruttivo spaventoso, perché la nostra cultura ha rimosso temi e presenze fondamentali: il Padre, l’Eroe, il bisogno di autonomia, indipendenza, differenza.

Il folle manifesto di Breivik, quello di milleettante pagine messe online, è, di fatto (e sarebbe un errore non accorgersene, come è una follia non accorgersene anche in casi simili), tutto un inno -patologico e deviato- alla difesa dell’identità, della differenza, della patriarcalità. Un inno accompagnato, nella vita quotidiana -e non è certo un caso- dalle note dionisiache e maniacali che legano le ossessioni di un folle ai suoi desideri di baccanali con prostitute e vini rossi, come appunto ha lasciato scritto nelle sue milleettante pagine online.

Pagine che grondano follie, ma follie imperniate su un solo punto: la difesa della identità e della diversità, e delle dimensioni di fede ed eroismi.

E’ terribilmente imperativo chiedersi perché tutto questo sta risorgendo in forme così drastiche, paranoidi, omicidiarie.

Perché in quelle pagine -come nelle pagine dei gruppi e gruppetti che predicano e sbandierano idee simili (“idee condivisibili”, ha detto un parlamentare italiano: si spera distinguendo le idee dalla modalità di propagarle)- vi è tutto un dispiegarsi patologico e straripante, insomma, di temi che la nostra cultura e la nostra società, ha tragicamente rimosso da decenni, soffocandoli nelle nuvole rosa del politically correct, del dover essere, degli stereotipi di valori appiattiti su tutti.

Se non mi sbaglio, ci saranno altri ultra-integralisti votati al Padre e all’Eroe, al Dionisiaco e all’intransigenza sanguinaria, vissuti senza Padri e senza eroi, che tenteranno altre stragi.

Dal mio punto di vista, questo ha già una sua pericolosa dimostrazione nell’espandersi di gruppi di “credenti” pagani e legati all’ultradestra e alle ideologie razziste.

Nel mondo del politically correct ad oltranza, mi aspetto dunque che questa mia lettura venga accusata, quanto meno di essere stupida e cieca, perché non conforme alle evidenze sociologiche e politiche prospettate dai più.

In un mondo dominato dallo stereotipo e dalla omologazione al “rosa”, al corretto, al soffice e maternamente infantile, il rischio terribile è che risorgano Dei ed Eroi Perversi.

G. Giordano

Per le statistiche del “fatherless”, vedi qui sotto

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Quando all’amore si sostituisce il cinismo di tutto e di tutti.
Il “grido” di Krzysztof Kieślowski.

 

 

« Sono sempre restìo a sottolineare una caratteristica specifica del lavoro di un grande regista, perché ciò tende inevitabilmente a semplificarne e sminuirne il lavoro. Ma riguardo a questa sceneggiatura (Decalogo N.d.R.), di Krzysztof Kieślowski e del suo coautore, Krzysztof Piesiewicz, non dovrebbe essere fuori luogo osservare che essi hanno la rarissima capacità di drammatizzare le loro idee piuttosto che raccontarle solamente. Esemplificando i concetti attraverso l’azione drammatica della storia essi acquisiscono il potere aggiuntivo di permettere al pubblico di scoprire quello che sta realmente accadendo piuttosto che semplicemente raccontarglielo. Lo fanno con tale abbagliante abilità, che non riesci a percepire il sopraggiungere dei concetti narrativi e a materializzarli prima che questi non abbiano già raggiunto da tempo il profondo del tuo cuore. » [Stanley Kubrick]

 

 

LA TRAMA – Trois couleurs: Blanc

La storia si svolge inizialmente a Parigi, successivamente l’azione si sposta in Polonia, patria del protagonista Karol Karol. Costui, esperto parrucchiere, aveva conosciuto e sposato una bellissima donna francese, Dominique. Il matrimonio, tuttavia, dopo sei mesi è già fallito in quanto Karol risulterà essere impotente sessualmente. Il tribunale infatti decreta la separazione di Karol e Dominique adducendo come motivazione proprio la mancata consumazione del rapporto coniugale. Karol cerca disperatamente di opporsi: è realmente innamorato della moglie, e chiede al giudice, vanamente, un po’ di tempo, per riconquistare Dominique. “Dov’è qui l’uguaglianza?” domanda Karol al giudice, il quale sembra non dare ascolto ai suoi argomenti, espressi nel francese stentato proprio di un immigrato polacco. Addirittura prima di allontanarsi per sempre dalla casa in cui ha vissuto con la bellissima Dominique, Karol tenta un ultimo disperato approccio sessuale con la moglie, ma anche questo risulterà vano.

A questo punto la separazione è formalizzata e Karol si ritrova a vagare per le vie di Parigi, senza più né casa, né soldi, con la sola compagnia di una valigia, vuota, nella quale la moglie gli ha lasciato solo i suoi attestati di parrucchiere, e gli strumenti del mestiere: un pettine e una forbice. Incredibilmente, sarà proprio quella valigia, per Karol, la fonte di una nuova vita, e l’opportunità, per rivendicare l’uguaglianza, tradita dalla moglie e dal giudice.

Infatti, la sera stessa, Karol si ritrova nella metropolitana di Parigi, dove conosce, mendicando, un altro uomo polacco, Mikolaj. È con quest’ultimo che Karol dovrà scoprire la più amara verità: Dominique ha un altro uomo. Le voci, i sospiri, uditi al telefono, rendono la scoperta inequivocabile. Karol e Mikolaj restano insieme, nella stazione deserta; entrambi troveranno l’uno nell’altro la propria possibilità di riscatto. Mikolaj chiede a Karol un favore: c’è un uomo, in Polonia, che deve morire. Non può uccidersi, ma pagherà molto bene un estraneo, disposto a farlo. In cambio, Mikolaj aiuterà Karol a ritornare in patria, nascosto dentro l’enorme valigia, unico lascito dell’esperienza francese.

Il viaggio si rivela per Karol più pericoloso del previsto: giunta in Polonia, la valigia, entro cui viaggia, è rubata e portata via alla consegna dei bagagli dell’aeroporto, e solo dopo aver corso un grande pericolo, Karol riesce ad arrivare alla sua meta, cioè la casa del fratello Jurek, a Varsavia, dove riprende a lavorare come parrucchiere, nel negozio di lui.

Rapidamente Karol riesce a mettere da parte un po’ di soldi, ma per il suo progetto questo non basta; ripreso contatto con Mikolaj, si accorda quindi per uccidere quell’uomo, di cui i due avevano parlato nella metropolitana di Parigi. Con stupore di Karol, quell’uomo si rivelerà essere proprio l’amico: Karol gli spara, come da accordi, ma la pistola è caricata a salve e Mikolaj, scampato alla morte, ritrova la forza per continuare a vivere e abbandonare il suo progetto. Karol riceverà ugualmente il suo compenso, e soprattutto, da questo momento in poi, i due diventeranno fidati amici e collaboratori. Karol infatti, con i soldi messi da parte e con altri, guadagnati mediante alcune speculazioni immobiliari, può fondare finalmente una sua impresa, che in breve tempo gli permette di accumulare un’enorme fortuna. È a questo punto che Karol può finalmente rivendicare l’uguaglianza perduta, riscattandosi dall’ingiustizia patita dalla moglie Dominique e dal tribunale francese. Il piano è questo: Karol organizzerà, con l’aiuto di Mikolaj, la propria morte, facendo ritrovare un cadavere dai lineamenti irriconoscibili e gettando la colpa sulla moglie Dominique, che nel frattempo sarà giunta dalla Francia attratta dall’espediente dell’enorme fortuna lasciata, in eredità, dall’ex-marito. In questo modo Dominique sarà arrestata per omicidio, e Karol si ritroverà all’estero, per iniziare una nuova vita dopo aver cambiato, nuovamente, identità.

Il piano va perfettamente in porto: inscenato il funerale, Dominique assiste al rito funebre del marito il quale, prima della sua fuga definitiva, per vendicarsi ancor più pesantemente di Dominique si fa trovare nel letto della camera dell’albergo dove la moglie alloggiava e finalmente riesce a fare l’amore con lei. Il rapporto sessuale è estremamente soddisfacente per Dominique, ed è proprio questo il dramma della vendetta di Karol, in quanto se da un lato l’aver soddisfatto finalmente la moglie prima che questa venga arrestata per omicidio, funge da coronamento alla vendetta di Karol, dall’altro lato permette a Dominique di capire di essere innamorata dell’ex marito deciso ormai solo a vendicarsi. Il regista sembra quindi suggerirci che il sesso e il denaro sono gli inevitabili corollari del successo, e sono infatti il successo economico e la ritrovata virilità che per Karol assumono i connotati dell’uguaglianza perduta.

La conclusione del film è intensa e drammatica, quasi a certificare la sconfitta morale di entrambi i protagonisti: Karol si reca nel carcere, dove è detenuta la moglie, e osserva, da lontano, la finestra dove ella sembra affacciarsi. Dominique fa un gesto, come a riportare al dito l’anello – il matrimonio – rinnegato. E Karol, irrimediabilmente separato – stavolta per sua scelta – dalla moglie, finalmente piange. E forse solo adesso si rende conto del male che ha fatto non solo alla sua ex moglie, ma anche a se stesso.

La scena finale viene in parte svelata da Julie Delpy in un’intervista, presente tra gli extra del DVD, in cui afferma che il significato di ciò che viene da lei comunicato con il linguaggio dei segni è “Quando uscirò dal carcere, tu ed io partiremo assieme, sì? Oppure resteremo qui, insieme, e ci risposeremo”.

 

Fingere amore per difendersi.
E’ una pandemia e fa star male.

Essere anaffettivi significa essere incapaci di provare e esprimere affetti, sentimenti ed emozioni, come se dentro ci fosse un grande freddo. L’anaffettività porta a trascurare gli investimenti relazionali ed emotivi, sollecitando ad altre priorità.

E’ un meccanismo tipico da evitamento per cui chi si trova a metterlo in atto si guarda bene dall’accettare questa definizione fortemente riduttiva della propria personalita’ ed è solito cercare di giustificare la propria scelta in mille modi possibili.

In verità l’incapacità di amare e di poter esprimere liberamente sentimenti ed emozioni comporta un disagio fortissimo.

Può spingere a moltiplicare l’investimento sul lavoro, a dare particolare importanza agli aspetti materiali e narcisistici dell’esistenza, a puntare su una “regolarità” che gli altri apprezzano, che sembra promettere un piacere per le “cose” e per l'”immagine”: un piacere illusorio che può ridurre la capacità di godere del sé, delle relazioni e della vita e la capacità di sviluppare sentimenti salutari e appaganti.

Nella maggior parte dei casi l’anaffettività non impedisce alle persone di riuscire nella propria vita, in quella familiare, di coppia o lavorativa ma ciò avviene sempre al prezzo di una grande freddezza emotiva.

È un modo di difendersi da esperienze dolorose vissute nella prima infanzia: sono infatti situazioni traumatiche, di abbandono, di non amore a generare tale freddezza e il ripiegamento emotivo.

Pur di non soffrire più ci si organizza attraverso il distacco emotivo difensivo: per queste persone, ogni volta che l’amore le sfiora, l’angoscia dell’abbandono le pervade e, inconsapevolmente si difendono “congelandosi, anestetizzandosi”.

Chi ha già subito il danno delle carenze affettive a sua volta lo trasmette: è l’epidemia dell’anaffettività. Si può parlare, infatti, di un ciclo di trasmissione intergenerazionale dell’anaffettività e dell’insensibilità.

 

La solitudine, il dolore e l’amore degli uomini nello sguardo innamorato degli angeli di Wim Wenders.

Gli uomini credono di avere conquistato il mondo.
Ma è il mondo che ha conquistato loro

L’angelo Cassiel in “
In weiter Ferne, so nah!
(“Così lontano così vicino” ) di Wim Wenders

 

 

Der Himmel über Berlin” di Wim Wenders – 1987

In Der Himmel über Berlin” (Il cielo sopra Berlino – 1987) e nel successivo In weiter Ferne, so nah! ” (Così lontano così vicino – 1993) Wenders racconta  la solitudine, il dolore e l’amore degli uomini attraverso lo sguardo degli angeli che osservano il mondo arroccati sulla Siegessäule*  incapaci di penetrarlo e di riuscire ad avere una precisa percezione della magia racchiusa nei piccoli gesti umani di ogni giorno e senza poter percepire il colore della vita.

In weiter Ferne, so nah! ” di Wim Wenders – 1993

Voi che noi amiamo, voi non ci vedete, non ci sentite,
ci credete molto lontani eppure siamo così vicini.
Siamo messaggeri che portano la vicinanza a chi è lontano,
siamo messaggeri che portano la luce a chi è nell’oscurità,
siamo messaggeri che portano la parola
a coloro che chiedono.

Non siamo luce, non siamo messaggio: siamo i messaggeri.
Noi non siamo niente,
voi siete il nostro tutto.
Lasciateci vivere nei vostri occhi,
guardate il vostro mondo attraverso noi,

riconquistate insieme a noi lo sguardo pieno d’amore,
allora noi
saremo vicini a voi.


 

 

Nel cinema di Wenders gli interrogativi si impastano alle immagini disegnando un quotidiano che s’innalza dalla terra al cielo. Dentro la pellicola si agitano l’indifferenza al dolore del vivere così come quella che si prova di fronte alla morte. Domande esistenziali alle quali Wenders sceglie di non rispondere: forse l’indifferenza deriva da una sorta di abitudine o, in una visione più drammatica, essa rappresenta una reazione alla paura, quasi che chi soffre ci potesse in qualche modo contagiare. Le immagini in movimento squarciano muri fatti di fragili certezze spingendo lo spettatore a porsi domande sul senso della propria esistenza.

Stay (Faraway, So Close!) degli U2, estratta nel 1993 dall’album Zooropa.
Il brano è stato incluso nella colonna sonora del film Così lontano, così vicino
di Wim Wenders,
insieme ad un altro brano degli U2 The Wanderer.

Più in generale, nel cinema gli angeli erano già stati rappresentati per lo più nel contesto di commedie leggere. Tra queste “La vita è meravigliosa” di Frank Capra (1946) che è  indubbiamente l’opera più celebre.

Ma il cinema si è occupato degli angeli sin dai primi tempi del sonoro come nel caso de “La leggenda di Liliom” (1934) di Fritz Lang.

La leggenda di Liliom” di Fritz Lang (1934)

Nell’ambito dei film musicali, gli angeli compaiono in altre pellicole come “Jolanda e il re della samba” (1945), “Due cuori in cielo” (1942) e “Uno straniero tra gli angeli” (1955), tutti e tre diretti da Vincent Minnelli. Altri film – quasi tutti di produzione americana – sono “Un angelo è sceso a Brooklyn” (1945) di Leslie Goodwins, “L’infernale avventura” (1946) di Archie Mayo, “The angel who pawned her harp” (1956) di Alan Bromly, “Angels in the outfield” (1951) di Clarence Brown, “Heaven only knows” (1947), “The heavenly kid” (1985), “Bellezze in cielo” (1947) di Alexander Hall, “The angel Levine” (1970) di Jan Kadar e “Al di là del domani” (1940) di Edward Sutherland con Richard Carlson.

Italiani sono invece i film “Miracolo a Milano” (1951) di Vittorio de Sica e “L’angelo custode” (1968) di Giuliano Tomei.

In Inghilterra fu realizzato nel 1946 “La scala del paradiso”, poetica e commovente fiaba sui piloti dell’ultima guerra.

Dalla Francia nel 1967 giunse invece il film “Angelica ragazza jet” (per la regia di Geza Radvanyl), nel quale l’angelo che aiuta Jean Paul Belmondo è interpretato da una bellissima Romy Schneider.

Ma l’angelo che ha affascinato tutto il mondo è quello protagonista della pellicola “Il cielo sopra Berlino” (e del successivo “Così lontano, così vicino”) del regista tedesco Wim Wenders. Wenders deve agli angeli, in fatto di popolarità, almeno quanto gli angeli devono a lui. Fu infatti dopo i suoi due celebratissimi film, usciti ad alcuni anni di distanza l’uno dall’altro ed entrambi incentrati sul rapporto fra gli esseri umani e gli angeli che, da regista di culto, Wenders divenne noto anche al grande pubblico.

Dal canto loro i messaggeri celesti sono potuti “rientrare” nell’immaginario collettivo, creando un fenomeno che non trova precedenti almeno negli ultimi 300 anni.

E’ Wenders stesso che ricorda: “Nell’estate del 1986 decisi di girare un film a Berlino. E iniziai a pensare a quale personaggio avrebbe potuto guidarmi attraverso la mia città, la vera protagonista della storia. Mi serviva qualcuno che potesse portarmi ovunque, in ogni angolo, per mostrarmi tutte le sue facce. Ricordo che vagando per le strade, in quei giorni, mi imbattei in una miriade di figure angeliche. A cominciare dalla grandiosa statua dell’Angelo della Vittoria che svetta sulla colonna in mezzo al giardino zoologico, per finire agli angeli raffigurati sulle facciate di alcune case. Ne trovai tantissimi. Erano una forte presenza. Così mi resi conto che forse era proprio quello il personaggio che cercavo. Un mondo che però non mi apparteneva. Non era da me pensare a cose del genere. Solo quando scrissi la storia e la feci leggere a Peter Handke (il grande scrittore che ha sceneggiato “Il Cielo sopra Berlino”) mi accorsi che non si stupì affatto. Quasi che se lo aspettasse. L’angelo per me era soprattutto una metafora, cioè il meglio di noi stessi. Quella parte con la quale a volte riusciamo ad avere un contatto, ma che più spesso ci sfugge. Mi convinsi che ognuno ha un angelo dentro di sé e lo illustrai in una storia poetica. Dopo essermene occupato per anni, mi sono sentito sempre più vicino a questi esseri. Ora li prendo sul serio. Ho imparato a guardarli in senso più religioso, ci credo e li intendo realmente come intermediari tra Dio e gli uomini. Inoltre l’argomento stava altrettanto a cuore al pittore che ha influenzato i miei primi studi d’arte, Paul Klee. Valeva la pena di approfondirlo… I miei film sono soprattutto basati sul modo in cui gli angeli guardano il mondo. Volevo tradurre il loro sguardo, la loro visione delle cose, in termini a noi comprensibili. All’inizio pensai di utilizzare l’alta tecnologia, le riprese d’effetto, ma poi compresi che la chiave stava nel trovare un diverso atteggiamento, più affettuoso verso la realtà. Gli angeli sono più vicini di quanto pensiamo. Ma percepirli è un’altra cosa. Credo che sia davvero una questione di fede, di atteggiamento personale. Oggi la gente è convinta di poter credere soltanto in ciò che vede. Viviamo in una strana epoca in cui siamo circondati quasi esclusivamente da cose create da noi. Tutte immagini di seconda mano, riproduzioni della realtà. Nel mio secondo film l’angelo Cassiel dice: “Gli uomini credono di avere conquistato il mondo. Ma è il mondo che ha conquistato loro”. Molti, troppi di noi, hanno dimenticato l’atteggiamento di umiltà rispetto alla creazione. Se si pensa davvero che sia l’uomo l’unico creatore, non rimane molto spazio per alcun tipo di speranza. Né la scienza o la filosofia hanno mai saputo spiegare la vera ragione dell’esistenza. Niente e nessuno c’è riuscito fino ad ora… Un altro aspetto degli angeli che contiene un messaggio fondamentale è il loro rapporto col tempo. Non ne sono certo ossessionati come noi. Per questo non possiamo comprendere neppure lontanamente la dimensione in cui vivono. L’eternità rende ridicoli i nostri affanni di uomini, perciò gli angeli non possono che sorridere nel vedere quanto ci sentiamo importanti“.

Ispirato dagli angeli di Wenders (angeli capaci di sentire attrazione e curiosità verso il mondo terreno fino al punto di rinunciare alle “ali”), il regista Brad Silberling realizzo’ “La città degli angeli” (1998) dove Nicholas Cage veste i panni di Seth, un angelo stretto nel desiderio di rinunciare alla propria immortalità e diventare uomo per conquistare la donna dei sogni.

Un angelo particolare è quello interpretato da Brad Pitt in “Vi presento Joe Black” (1998), di Martin Brest. William Parrish (interpretato da Anthony Hopkins) è un uomo che ha avuto tutto dalla vita: successo, ricchezza e potere. A pochi giorni dal suo 60° compleanno riceve una visita da un tanto misterioso quanto affascinante personaggio, Joe Black (Brad Pitt) che non tarda a rivelare la propria identità: è l’angelo della morte. William fa un patto con Joe: fargli assaporare il gusto di una vita lussuosa in cambio di un po’ più di tempo per viverla…

Infine lo spettacolare “Al di là dei sogni” del 1999 con Robin Williams, per la regia di Vincent Ward che racconta dell’amore infinito che unisce Chris (Robin Williams) e sua moglie, la pittrice Annie (Annabella Sciorra). Chris muore in un incidente e raggiunge un paradiso che la sua fantasia ha ambientato in uno dei meravigliosi dipinti di Annie. Chris, non potendo immaginare di vivere senza sua moglie, per raggiungerla si avventura in un fantasmagorico e coloratissimo viaggio guidato da un “angelo” molto particolare (Cuba Gooding Jr.).

Una frase del film recita:

Per quelli che credono nell’amore eterno, nessuna spiegazione è necessaria; per quelli che non ci credono, nessuna spiegazione è possibile“.

 

* Siegessäule: la Colonna della Vittoria, uno dei monumenti più celebri di Berlino.

Romy Schneider

 

 

Una volta. Una lettera…

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questa è una bellissima città, cioè piena di caos, traffico, strade coi lavori in corso e case orribili, fitte fitte; ma tutta nuova, per uno come me che viene dalla più quieta provincia.

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Ci si sente soli in mezzo a tanta gente, così penso a  te, che sei l’ago della mia bussola. La lontananza mi pesa, qualche volta ho perfino paura che possa allargare uno spazio, fra noi due, uno stacco incolmabile.

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C‘è l’esperienza che sto facendo: il primo impiego, una vita regolata sugli orari, questi uffici sterminati dove ognuno si muove agganciato al lavoro di un altro. Mi sento oppresso, da un lato, e sorretto dall’altro: non si può sbagliare, e si può sbagliare tutto. Più che altro, il modo di prendere questa vita da grandi che si guadagnano da vivere e pensano di mettere su famiglia.

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La mia famiglia sarai tu, e i nostri figli. Così abbiamo deciso. E tutto somiglia tale e quale a papà e mamma, ai tuoi, ai miei, ai figli che siamo noi. Possibile che non ci sia un altro modo? Non vorrei vederti costretta, poco per volta, tra i lavori di casa e i bambini, a dimenticare quella che sei ora: una ragazza viva, che legge, discute, partecipa a tutto quanto avviene nel mondo. Non vorrei vederti poco per volta appesantita, chiusa in un vestito da “signora” per bene: devi rimanere bella e spiritosa, e capace di vestirti senza fronzoli grotteschi, come sei ora.

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Non fa niente invecchiare; non importano i segni del tempo sul viso, sul corpo. Anch’io invecchierò con te. Conta non invecchiare di dentro: ho visto, qui in città, donne straordinarie, che potevano avere l’età di mia madre o di tua madre, ma con occhi pieni di intelligenza, sorrisi senza sottintesi, facce qualche volta aggrottate nel lavoro, nell’impegno a pensare. Ho pensato alle facce serene di mia madre o di tua madre: su di loro il tempo è passato come un’onda, lasciando dolcezze e amarezze, ogni anno una ruga di più, un lampo di meno, sempre di meno. Vorrei che sulla tua faccia passassero lampi irrefrenabili – di collera, d’amore di gioia, di dolcezza – sempre, come ora, fino alla vecchiaia.

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Così va presa anche questa lontananza: io che sono qui, che faccio le prove generali della mia vita adulta, tu che stai a casa a finire gli studi, ancora protetta dalla tua famiglia, ancora in grado di dare tutto il tempo a capire – capire – capire com’è fatto il mondo d’oggi. Se no, come faremo a presagire il mondo di domani, per preparare i nostri figli ad entrarci?

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Fai anche tu le tue prove generali, ma in un altro modo: anche tu impara a dedicare altrimenti il tempo che davi a me, leggendo i libri che ci sono cari, quelli che ti ho lasciato l’ultimo giorno. Le stesse righe le ho lette anch’io; dentro di me hanno suscitato domande, emozioni, chiarito qualcosa. Devi dirmi che cosa hanno dato a te, quali pensieri, quali reazioni ti hanno suscitato.
Di questo sono geloso: dei discorsi che ci facciamo mentre impariamo a vivere, e che sono solo nostri, un’intimità che ci appartiene.

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Sono geloso anche di te, qualche volta, di te che sei fresca come un mattino e prepotente come un colpo di vento. Vai all’università, ti trovi con gli amici a parlare, passi sotto i portici con le altre ragazze. E i ragazzi, al caffè, vi stanno a guardare. Troverai qualcuno che ti piace più di me, che ti porterà via? E tu, stanca di aspettare…

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Ma l’abbiamo detto, anche questa è una prova generale: non lasciarci dominare dai sentimenti, dalla voglia che abbiamo di stare subito insieme.

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Io ti amo, tu mi ami; meglio dire: ci vogliamo bene. È più concreto, c’è dentro l’amicizia, la solidarietà e anche le baruffe, i giochi, i maglioni e le scarpe da tennis – vieni anche tu? Andiamo al fiume? Hai visto il bosco come è bello in ottobre, tutto giallo e rosso? – Qui niente maglioni, niente fiume, niente foglie dorate. Colletto e cravatta, asfalto, il tram delle otto e dodici, quello delle diciotto e trentaquattro. Non dimenticare chi siamo, come siamo, adesso.

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Ho montato la sveglia, mi sono lavato i denti, ho fumato l’ultima sigaretta. Sono gesti che ti diventeranno familiari, quando vivremo insieme. Perché tu mi saprai aspettare, vero?

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Ciao, ti abbraccio forte,  come l’ultima volta.

 

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Carmen Llera Moravia. Tra intellighenzia, moralismo e eros a gogò

La scrittrice spagnola fa la moralista all’Infedele di Gad Lerner, ma non molti anni prima con i suoi racconti sollecitava l’immaginario erotico. Ma c’è sempre una scusa: “Noi eravamo degli intellettuali…”

All’ondata moralizzatrice che increspa la politica italiana immersa nel «caso Ruby» non si sono sottratte neppure le signore che, l’altra sera, erano ospiti di Gad Lerner, su La7. Ilaria D’Amico, Carmen Llera Moravia e Lucrezia Lante della Rovere si sono legittimamente indignate per l’uso indecente del corpo della donna e per il modello vergognoso di femminilità che esce dall’intera vicenda. Possiedono, è ovvio, i titoli per farlo. Avessero anche mostrato, in passato, atteggiamenti sessualmente o moralmente riprorevoli, non sono certo bisimabili. Perché non hanno mai ricoperto alte cariche istituzionali. E perché «comunque noi eravamo intellettuali», come ha fatto notare la charmant au caviar Carmen Llera Moravia. La quale, fra tutte le donne presenti in studio, è stata quella che più di ogni altra, più delle stesse ragazze dell’Olgettina, ha sollecitato l’immaginario erotico dei telespettatori. Molti dei quali l’hanno in quel momento ricordata per almeno un paio di motivi. Il primo quando, bellissima e disinvolta venticinquenne, divenne prima l’amante del vecchio e potentissimo Alberto Moravia, che all’epoca andava per i 73 anni, quasi quanto Berlusconi – relazione che solo i maliziosi pensano possa esser stata in qualche modo utile alla sua carriera di scrittrice -, e il secondo quando, ne gossippari e post-edonistici anni Novanta, esplose un pruriginoso «scandalo letterario» in cui c’erano di mezzo un «io», una «cosa» e ben due «lui». Ossia il triangolo sessuale al centro del romanzo autobiografico Diario dell’assenza uscito nel 1996 da Bompiani. L’«io» era la ancora bellissima Carmen Llera Moravia, che firmava il libro; la «cosa» era la sua «cosa»; e i due «lui» erano il «coso» di un «ebreo comunista sposato», «circonciso», nato a Beirut, giornalista televisivo sull’asse Roma-Milano, e di nome Gad, che occupa tutta la prima parte del libro (60 pagine circa); e l’altro il «coso» di un «politico», alto, «magrissimo», tormentato, con «gli slip sovietici», di nome «F.», che occupa la seconda parte del libro (40 pagine circa). Il secondo «lui» si guadagna la dedica – Scrivo per essere amata, a F. – e fu identificato con Piero Fassino. Il primo invece si guadagna l’incipit – «Sono già cinque giorni che non sfioro il tuo sesso circonciso. Non so dire se mi manca, credo di no (…) Le mot Gad deux lettres hébraiques: guimel et dalet…» – e fu smascherato come, appunto, Gad. Lerner. Quando nel luglio 2000 ottenne la direzione del TG1, Dagospia, che pur essendo appena nato era già all’avanguardia, pubblicò un abstract del libro di Carmen Llera in cui si descrivono le doti amatorie e il membro circonciso del protagonista «che sa di mandorle bianche, dolce».

Il pezzo fu ripreso dal Barbiere della sera e da lì girò per i salotti letterari, politici e giornalistici… La scrittrice, successivamente, smentì qualsiasi rapporto tra il Gad del libro e il Gad della realtà, spiegando in un’intervista a Cesare Lanza (che per caso era in studio proprio insieme a lei l’altra sera) che Gad nella sua lingua significa «cactus» (in castigliano? in catalano? in basco?…), ma tant’è. Tutti si buttarono a leggere il libro, in cui trovarono una coppia che nel peggiore stile radical-chic non fa altro che (non stiamo scherzando) bere champagne rosé, mangiare vegetariano, bere thé verde, vedere i film di Tavernier, leggere Kundera – persino ascoltare Mahler mentre ci si masturba nella vasca da bagno leggendo il Diario di Anna Frank! (pag. 38)- e soprattutto «scopare, scopare, scopare» (pag. 50): «con nessuna hai scopato come con me. Nessuno amerà il tuo corpo sgraziato come me» (pag. 19), «So che la mia bocca non potrà più divertirsi e giocare con un sesso come faceva con te» (pag. 22), «Mi prendi subito contro il tavolo dell’ingresso» (pag. 27), «Mi prendi contro il muro e godi, lo sperma scende lentamente lungo le cosce. Usciamo per andare al ristorante» (pag. 30), «Mi schizzi in bocca» (pag. 31), «Ci divertiamo e mi penetri a lungo prima di incularmi. E dopo gioco per ore con il tuo sesso circonciso» (e siamo soltanto a pagina 35…). Di tutto questo naturalmente Gad Lerner (che per caso era in studio proprio insieme a lei l’altra sera) non ha parlato. Acqua passata. Del resto, la stessa Carmen l’aveva già detto nel 1996 quando, dopo averlo chiamato «Adorabile infedele..» (proprio così: «Infedele»…), dice – pagina 103 – «Che senso ha? Non ho più stimoli né sessuali né mentali, mon juif (mio giudeo, ndr) hai distrutto tutto».

 

http://www.ilgiornale.it/interni/carmen_llera_fa_moralista_ma_volta/llera-carmen-moravia-radical-chic-sesso-libri/28-01-2011/articolo-id=502438-page=0-comments=7#1