Una volta. Una lettera…

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questa è una bellissima città, cioè piena di caos, traffico, strade coi lavori in corso e case orribili, fitte fitte; ma tutta nuova, per uno come me che viene dalla più quieta provincia.

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Ci si sente soli in mezzo a tanta gente, così penso a  te, che sei l’ago della mia bussola. La lontananza mi pesa, qualche volta ho perfino paura che possa allargare uno spazio, fra noi due, uno stacco incolmabile.

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C‘è l’esperienza che sto facendo: il primo impiego, una vita regolata sugli orari, questi uffici sterminati dove ognuno si muove agganciato al lavoro di un altro. Mi sento oppresso, da un lato, e sorretto dall’altro: non si può sbagliare, e si può sbagliare tutto. Più che altro, il modo di prendere questa vita da grandi che si guadagnano da vivere e pensano di mettere su famiglia.

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La mia famiglia sarai tu, e i nostri figli. Così abbiamo deciso. E tutto somiglia tale e quale a papà e mamma, ai tuoi, ai miei, ai figli che siamo noi. Possibile che non ci sia un altro modo? Non vorrei vederti costretta, poco per volta, tra i lavori di casa e i bambini, a dimenticare quella che sei ora: una ragazza viva, che legge, discute, partecipa a tutto quanto avviene nel mondo. Non vorrei vederti poco per volta appesantita, chiusa in un vestito da “signora” per bene: devi rimanere bella e spiritosa, e capace di vestirti senza fronzoli grotteschi, come sei ora.

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Non fa niente invecchiare; non importano i segni del tempo sul viso, sul corpo. Anch’io invecchierò con te. Conta non invecchiare di dentro: ho visto, qui in città, donne straordinarie, che potevano avere l’età di mia madre o di tua madre, ma con occhi pieni di intelligenza, sorrisi senza sottintesi, facce qualche volta aggrottate nel lavoro, nell’impegno a pensare. Ho pensato alle facce serene di mia madre o di tua madre: su di loro il tempo è passato come un’onda, lasciando dolcezze e amarezze, ogni anno una ruga di più, un lampo di meno, sempre di meno. Vorrei che sulla tua faccia passassero lampi irrefrenabili – di collera, d’amore di gioia, di dolcezza – sempre, come ora, fino alla vecchiaia.

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Così va presa anche questa lontananza: io che sono qui, che faccio le prove generali della mia vita adulta, tu che stai a casa a finire gli studi, ancora protetta dalla tua famiglia, ancora in grado di dare tutto il tempo a capire – capire – capire com’è fatto il mondo d’oggi. Se no, come faremo a presagire il mondo di domani, per preparare i nostri figli ad entrarci?

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Fai anche tu le tue prove generali, ma in un altro modo: anche tu impara a dedicare altrimenti il tempo che davi a me, leggendo i libri che ci sono cari, quelli che ti ho lasciato l’ultimo giorno. Le stesse righe le ho lette anch’io; dentro di me hanno suscitato domande, emozioni, chiarito qualcosa. Devi dirmi che cosa hanno dato a te, quali pensieri, quali reazioni ti hanno suscitato.
Di questo sono geloso: dei discorsi che ci facciamo mentre impariamo a vivere, e che sono solo nostri, un’intimità che ci appartiene.

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Sono geloso anche di te, qualche volta, di te che sei fresca come un mattino e prepotente come un colpo di vento. Vai all’università, ti trovi con gli amici a parlare, passi sotto i portici con le altre ragazze. E i ragazzi, al caffè, vi stanno a guardare. Troverai qualcuno che ti piace più di me, che ti porterà via? E tu, stanca di aspettare…

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Ma l’abbiamo detto, anche questa è una prova generale: non lasciarci dominare dai sentimenti, dalla voglia che abbiamo di stare subito insieme.

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Io ti amo, tu mi ami; meglio dire: ci vogliamo bene. È più concreto, c’è dentro l’amicizia, la solidarietà e anche le baruffe, i giochi, i maglioni e le scarpe da tennis – vieni anche tu? Andiamo al fiume? Hai visto il bosco come è bello in ottobre, tutto giallo e rosso? – Qui niente maglioni, niente fiume, niente foglie dorate. Colletto e cravatta, asfalto, il tram delle otto e dodici, quello delle diciotto e trentaquattro. Non dimenticare chi siamo, come siamo, adesso.

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Ho montato la sveglia, mi sono lavato i denti, ho fumato l’ultima sigaretta. Sono gesti che ti diventeranno familiari, quando vivremo insieme. Perché tu mi saprai aspettare, vero?

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Ciao, ti abbraccio forte,  come l’ultima volta.

 

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