Il Consiglio Regionale revoca i finanziamenti “Forteto”. Ma ne restano ancora molti da abolire ad Artemisia.

Negli ultimi giorni del mese di ottobre, sulla base di una mozione presentata dal Consigliere Donzelli ed approvata all’unanimità dal Consiglio, l’Assessore alle politiche sociali e vice-Presidente della Regione Toscana Stefania Saccardi ha dato disposizioni “agli uffici di sospendere il progetto, assegnato tramite bando alla associazione Artemisia, per la riacquisizione di autonomia per minori e giovani in uscita dalla comunità del Forteto e vittime di abusi. E ne ha già informato l’associazione.”

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L’assessore e vicepresidente della Regione Toscana Stefania Saccardi

Nel plaudire a questo primo stop dell’organo di Governo Regionale, dobbiamo purtroppo ricordare che sono numerosi i contributi erogati pressoché a pioggia dai vari enti locali, seppur sempre dietro l’etichetta di esemplari e fumosi progetti, connessi ai quali viaggiano ogni anno centinaia di migliaia, quando non addirittura milioni di euro, che vanno a confluire in questa Associazione Fiorentina denominata Artemisia. Un gigantesco fiume di denaro pubblico, talvolta anche illecitamente utilizzato (vedi video Rai 3), che chi scrive, per le vicende che lo coinvolsero personalmente, non ebbe timore di denunciare pubblicamente. QUI l’articolo relativo a quelle pubbliche denunce di 9 anni fa e di seguito l’articolo comparso sul quotidiano La Nazione in data 29 ottobre 2015.

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Forteto, stop della Regione al progetto con Artemisia

L’assessore Saccardi: “Il consiglio regionale se ne assuma tutta la responsabilità”. La polemica sollevata da Donzelli, che chiedeva anche la rimozione del dirigente Vinicio Biagi

Firenze, 29 ottobre 2015 – L’assessore Saccardi ha dato indicazioni agli uffici di sospendere il progetto, assegnato tramite bando alla associazione Artemisia, per la riacquisizione di autonomia per minori e giovani in uscita dalla comunità del Forteto e vittime di abusi. E ne ha già informato l’associazione.

“Ma il Consiglio regionale – afferma l’assessore – se ne assuma tutta la responsabilità”. Così l’assessore al sociale, diritto alla salute e sport dopo che il Consiglio regionale ha approvato all’unanimità, nella seduta di martedì 27 ottobre, la mozione proposta da Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia, con emendamenti di Leonardo Marras capogruppo Pd, che richiedeva la sospensione del progetto. L’associazione Artemisia, secondo la mozione, ha ottenuto “l’aggiudicazione attraverso un progetto nel quale si parla di ‘presunte vittime’, si utilizzano imbarazzanti condizionali e si dequalifica il lavoro di questo Consiglio regionale e dei magistrati, oltre a rappresentare l’ennesimo schiaffo per le vittime del Forteto”.

Nella mozione si impegnava anche la giunta a valutare la rimozione del dirigente Vinicio Biagi dal suo incarico nel settore ‘Diritti di cittadinanza’. Il dirigente, si legge, è “lo stesso che firmò per conto della Regione una relazione sul Forteto indirizzata al Ministero degli Esteri in cui contestava la sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo, che nel 2000 condannò l’Italia e nella quale, di fatto, avallava il sistema ‘famiglia funzionale’, all’origine degli abusi accertati dalla sentenza del Tribunale di Firenze del 17 giugno 2015”.

“Il progetto formulato da Artemisia – precisa Saccardi – è stato presentato prima della sentenza di condanna, dunque era doveroso usare il condizionale, se ancora vale il principio di presunzione di innocenza. Peraltro l’uso nel bando della parola ‘vittime del Forteto’ concorse per l’avvocato difensore del Fiesoli a creare un clima avverso nel processo. L’uso dell’aggettivo ‘presunte’ fu così ritenuto opportuno, in attesa della conclusione del processo “.

L’assessore ricostruisce anche i tempi degli atti: la delibera di approvazione del bando da parte della giunta è del dicembre 2014, il decreto successivo, che lancia il bando per proposte progettuali, è del marzo 2015, la presentazione del progetto da parte di Artemisia che ha vinto il bando è dei primi di maggio.

“Tutti questi atti pubblici sono dunque antecedenti alla sentenza di condanna datata 17 giugno 2015 – aggiunge l’assessore – Vorrei anche ricordare un aspetto non secondario: tra i soggetti che hanno dato l’adesione al progetto di Artemisia c’è anche l’Associazione vittime del Forteto. In conclusione, come chiede il Consiglio, ho dato indicazioni affinché il progetto Artemisia venga sospeso. Peraltro tutto volevamo, nel predisporre il bando, tranne che ‘rappresentare l’ennesimo schiaffo per le vittime’. A questo punto ciascuno si assuma le responsabilità delle proprie azioni e delle parole che utilizza”.

“Dopo un ritardo di dieci mesi sugli aiuti ai fuoriusciti del Forteto, dopo aver fatto gestire il bando al dirigente Vinicio Biagi che difese Fiesoli, dopo che il progetto di Artemisia parla di ‘presunte vittime’, è indecente che l’assessore Saccardi dia la colpa a chi ha sollevato tutti questi problemi e usi questo come pretesto per non aiutare le vittime del Forteto. Non c’è da indugiare un secondo: quegli interventi devono essere messi in atto da subito, ma non possono certo essere gestiti da chi mostra ambiguità sui fatti accaduti”. Così il capogruppo di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, commenta la decisione dell’assessore Saccardi di sospendere il progetto di Artemisia. “La scelta di Saccardi non può essere la ripicca nei confronti di chi pensa che la gestione del caso Forteto da parte della Regione abbia dell’incredibile – sottolinea Donzelli – ora la giunta ha l’obbligo morale, a suo carico, di intervenire con la massima urgenza per evitare la beffa dopo il danno. In tutto questo da Saccardi non abbiamo ancora sentito una parola sul ruolo svolto da Vinicio Biagi, che l’assessore ha scelto per gestire questo bando – conclude Donzelli – deve essere rimosso da quell’incarico, se vuole avere ancora un minimo di credibilità”.

 

http://www.lanazione.it/firenze/forteto-artemisia-1.1433600

 

I “papà inutili” privati dei figli e poi rimborsati – di Daniela Missaglia

L’affidamento dei bimbi alle madri è visto come un “diritto naturale”. E ai padri vengono tolti dignità e spazi. Ma qualcosa sta cambiando

Daniela MissagliaMentre ascoltavo il flusso di parole di quest’uomo sofferente seduto di fronte a me, lo stupore di cui ancora sono capace, dopo tanti anni, ha invaso la stanza disegnando sulle pareti, sulla scrivania, sui codici sparsi qua e là l’interrogativo che più mi sgomenta: «Perché?».

Perché ancora una volta siamo a questo punto? Ho scritto libri (fra cui Scarti di famiglia – storie di separazioni conflittuali e di figli calpestati ) nei quali rivivevo la tragicità di situazioni in cui i minori si trasformavano, da proiezione dell’amore coniugale a strumento di lotta, di saccheggio dell’altrui dignità, di somma punizione e ho narrato gli sforzi profusi per definire – non solo giudizialmente – queste degenerazioni della crisi sentimentale riconducendole nel solco dell’armonizzazione dei rapporti a tutela delle vittime di questi conflitti, i bambini in primis , ma anche i genitori defraudati da questo dono e diritto naturale.

Ciò nonostante mi inseguono, da tutta Italia e non solo, vicende in cui sempre più spesso si crea un cortocircuito impazzito fra psiche umana, difensori ciecamente schierati, giudici miopi, enti territoriali (in specie Servizi sociali) inefficienti, un fenomeno che letteralmente svuota la genitorialità deprivandola delle sue prerogative minimali.

È il caso dei genitori, padri prevalentemente, che non riescono più a vedere i loro bambini o vengono canalizzati attraverso modalità di visita tali da rendere il sacrosanto e naturale rapporto con i loro figli un calvario insopportabile.

arf4342651_nIl rischio più grande avviene quando il conflitto genitoriale si sviluppa contestualmente alla nascita del bambino, allorché subentri il convincimento, anche da parte dei giudici, che la figura paterna sia fungibile o non indispensabile, al contrario – invece – di quella materna: mi sono scontrata con Tribunali e Corti d’Appello che teorizzano una sorta di «diritto naturale» del bambino a non separarsi pressoché mai dalla madre, come se un padre non potesse sopperire in egual modo ai bisogni primari del lattante.

Mi sono imbattuta in regolamentazioni tanto restrittive quanto umilianti, come se il fatto di non aver portato in grembo una creatura definisca il padre quale accessorio non indispensabile e persino pericoloso per la serenità quotidiana del minore. Poi vi sono i padri che, vuoi per un’accusa malevola e strategica, vuoi per un giudizio superficiale o la strumentalizzazione di una debolezza, vengono colpiti su questo fronte da madri vendicative che, ad un certo punto, si arrogano lo ius vitae et necis dell’altrui genitorialità, utilizzando nel conflitto in corso l’arma più deflagrante, quella più spietata: sollecitando nel giudice frettoloso dubbi di un pregiudizio imminente al minore, sovente certe madri riescono ad ottenere una moratoria delle visite, una loro compressione importante, più spesso la limitazione delle stesse in ambito di «spazio neutro», vigilato, monitorato dai Servizi sociali o da personale da questi delegato.

La naturalità e spontaneità dei rapporti padre-figlio viene umiliata con pregiudizio del padre ma anche del figlio stesso: ho assistito uomini costretti a vedere la prole due ore alla settimana in un centro commerciale, altri in un anonimo locale del Comune, altri solo presso la casa materna, con buona pace di qualunque intimità, spontaneità, empatia fra il genitore ed il figlio.

Non c’è ristoro che possa riparare i danni prodotti, anni perduti, esperienze cancellate, affettività compromessa, fiducia da ricostruire, equilibri vanificati.

L’esperienza forse più toccante della mia carriera è stata quella di un amorevole padre che, ottenuta finalmente giustizia e la possibilità di esercitare liberamente il suo ruolo dopo anni di umiliazioni e conflitti degenerati dal cortocircuito poc’anzi descritto, si è infine prematuramente ammalato ed è spirato in poco tempo per un male incurabile, una beffa del destino ma anche un effetto, verosimilmente, di uno stress che certamente in siffatte vicende raggiunge apici inimmaginabili.

Sempre più frequenti sono le sentenze che riconoscono a questi padri un diritto risarcitorio: scrive la Cassazione in una pronuncia del 2011 «sicuramente responsabile di ciò, alla luce delle risultanze processuali, è da ritenersi la resistente che, con il suo ostinato, caparbio e reiterato comportamento, cosciente e volontario, è venuta meno al fondamentale dovere, morale e giuridico, di non ostacolare, ma anzi di favorire la partecipazione dell’altro genitore alla crescita ed alla vita affettiva del figlio causando all’attore, che con questo processo ne chiede il ristoro, un danno non patrimoniale da intendersi nella sua accezione più ampia di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica».

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Ma questi denari non ripagano le sofferenze patite e ciò che si è perduto quando si viene ostacolati nei confronti di un figlio non ha valore economicamente apprezzabile.

Soprattutto si sottovaluta colpevolmente il danno che si procura al minore stesso, imbrigliato in questi meccanismi di lotta fra adulti: in un saggio intitolato Fatherless America scritto dallo statunitense David Blankenhorn vengono affrontati gli effetti pratici di un mondo «senza padri», sia che essi vengano – come nei casi descritti – pretermessi violentemente dalla famiglia sia che essi rinuncino volontariamente ad esercitare il loro ruolo.

L’autore traccia un quadro inquietante nel quale arriva a citare statistiche in base alle quali l’assenza del padre accresce il rischio di abusi sessuali sul minore, esperienze sessuali precoci, depressione, devianze comportamentali.

È paradossale come il legislatore italiano, fin dalla L. 54/2006 abbia sospinto il concetto di bi-genitorialità e poi consenta, nelle pieghe della legge e dell’applicazione pratica della stessa, che ancora oggi troppi genitori vengano ostacolati o impediti nell’esercizio del loro primigenio diritto.

San Matteo, l’evangelista, diceva (7:11) che un padre amorevole dovrebbe «saper dare doni buoni ai suoi figli»: umilmente aggiungo che dovrebbero essere messi sempre in condizione di poterlo fare.

Da “Il Giornale” Sabato 27 dicembre 2014

Camille Paglia sbotta: “Sono stanca di vedere l’uomo demonizzato. Tutta colpa di donne circondate da uomini addomesticati secondo il canone femminista.”

1. Camille Paglia, l’intellettuale pubblica più famosa d’America, femminista e lesbica, sbotta: “Sono stanca di vedere l’uomo demonizzato come la fonte di ogni male. Tutta colpa di donne ossessionate da diete e ginnastica, circondate da uomini addomesticati che hanno imparato a comportarsi secondo il canone femminista. Non è un caso se non ci sono mai stati tanti uomini gay come oggi”

2. “C’è mancanza di interesse per l’avvocatessa o la dirigente che non ha più nulla di femminile e vive in totale controllo di tutto, senza gioia e piacere. E spesso anche senza uomini, perché rifiutano di essere burattini. Se è vero che alla nascita siamo tutti bisex, in questa cultura è molto meglio essere gay”

3. ‘’L’occidente molle e relativista si sta trasformando nella Roma imperiale. Quando ciò accadrà non saranno i nostri politici laureati ad Harvard a difenderci ma gli uomini veri: camionisti, muratori e cacciatori. Per fortuna, la maggioranza”

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«In un’epoca di macchine magiche e incantatrici, una società che dimentica l’arte rischia di perdere la propria anima», scrive Camille Paglia nella prefazione di Seducenti immagini. Un viaggio nell’arte dall’antico Egitto a Star Wars (Il Mulino), il suo sesto libro, acclamato dalla critica, dove l’intellettuale pubblica più famosa d’America esamina 29 capolavori prima di proclamare che l’avanguardia è morta.

«L’Espressionismo astratto fu l’ultimo stile davvero d’avanguardia in campo pittorico», racconta l’autrice, parlando con «la Lettura» nella Hamilton Hall della University of the Arts, nel cuore di Filadelfia, dove dal 1984 insegna Humanities and Media Studies . «Nessun nuovo stile emozionante è emerso dopo la Pop Art, che ha ucciso l’avanguardia votandosi alla cultura commerciale. Tranne le fotografie omoerotiche e sadomaso di Robert Mapplethorpe degli anni Settanta, l’arte oggi è derivativa e ripetitiva».

Nell’ultimo capitolo lei afferma che George Lucas, regista e pioniere del digitale, è il più grande artista vivente.
«Lo è, anche se sono costretta a riconoscere che la rivoluzione digitale ha spianato la strada all’ignoranza globale dell’arte. Quando frequentavo l’università furoreggiavano i film d’autore europei: Bergman, Fellini… Ne ammiravamo il ritmo lento e la squisita raffinatezza della fotografia. Oggi i miei studenti idolatrano i videogiochi, colpevoli di aver deformato lo spazio, spalmando e allargando l’immagine con colori artificiali. Ecco: cartoni animati. L’arte che molti vorrebbero cancellare è a rischio».

Sta dicendo che la nostra arte è minacciata e che nessuno si sta organizzando per difenderla?
«L’Occidente molle e relativista si sta trasformando nella Roma imperiale e, come allora, rischia di essere sopraffatto dall’assalto di fanatici che lo vogliono distruggere. I fondamentalisti di Al Qaeda sono gli unni e i vandali che premono alla periferia dell’impero e non impiegheranno molto prima di paralizzare la sua rete elettrica, disintegrando la nostra cultura. Quando ciò accadrà non saranno i nostri politici laureati ad Harvard a difenderci ma gli uomini veri: camionisti, muratori e cacciatori, come i miei zii. Per fortuna, la maggioranza».

Lei scrive che i social media hanno ingombrato l’etere di futilità telegrafiche.
«Adoro il mio iPhone e quando nel lontano 1995 fui la prima autrice americana a scrivere per il web, un famoso giornalista del “Boston Globe” mi accusò di perdere tempo. Ma, pur convinta che l’ondata di cambiamento non può e non deve essere fermata, credo che, se vogliamo sopravvivere come cultura, non possiamo seguire la ricetta obamiana di un computer in ogni classe, che equivale a saturare i giovani con ciò che già hanno in eccedenza».

Che cosa propone, allora?
«Più arte, storia, poesia, letteratura. Si guardi intorno: nell’era dei social media i giovani hanno perso la capacità di interagire ed esprimersi. Lady Gaga è l’eroina di una generazione di zombie, privi di espressioni facciali, che non sanno più usare le mani e il corpo per comunicare. Gli studenti mi considerano una marziana perché gesticolo durante le lezioni».

Tocca all’università colmare le lacune?
«La mia generazione, quella dei baby boomers , per fortuna sta andando in pensione. Ma la sua eredità è devastante. Per decenni non potevi far carriera nelle università americane se non giuravi fedeltà alle teorie di Foucault. Per colpa del post-strutturalismo e del post-modernismo le facoltà umanistiche sono state marginalizzate. Io insegno a Filadelfia perché qui c’è una delle pochissime istituzioni che continuano a credere nelle arti in un’America dove la mancanza di rispetto per l’erudizione è diffusissima».

Eppure il femminismo è stato sdoganato proprio grazie all’avvento delle facoltà di «Women’s Studies», gli studi orientati al genere femminile.
«Star femministe come Kate Millett hanno fatto fortuna esortando le donne a buttare nella spazzatura Ernest Hemingway, D.H. Lawrence e Norman Mailer. Nei piani di studio Alice Walker ha sostituito Michelangelo e Dante, che peraltro gli studenti conoscono solo grazie a Dan Brown. Judith Butler, la più celebre teorica dell’identità sessuale, era una mia mediocre studentessa al Bennington College».

Le femministe storiche la considerano da sempre una sorta di spina nel fianco.
«Sono state loro le prime a farmi la guerra, ignorando che un giorno, da brava italiana, mi sarei vendicata. Nel 1970 cercai di unirmi al movimento, ma fui respinta perché misi in discussione la sua ortodossia dogmatica. Quando, durante un collettivo a New Haven, osai dichiarare che amavo Under My Thumb dei Rolling Stones, scoppiò il pandemonio. Per me quella canzone è un’opera d’arte, per loro un’eresia sessista.

L’approccio all’arte delle femministe è simile a quello di nazisti e stalinisti. Durante una conferenza la scrittrice Rita Mae Brown, ex di Martina Navratilova, mi spiegò la differenza tra me e loro: “Tu vuoi salvare l’università, noi vogliamo darla alle fiamme”. Per anni Gloria Steinem rifiutò di pubblicare i miei saggi su “Ms. Magazine”. Oggi nessuno sente più parlare della sua erede designata: Susan Faludi. Io sono ancora in piedi».

In effetti il suo modello di femminismo ha trovato molte seguaci.
«Rappresento un’ala del movimento perseguitata e messa a tacere per anni. Femministe come me e Susie Bright eravamo pro-sesso, pro-pornografia, pro-arte e pro-cultura popolare quando in America imperava la crociata di Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon contro “Playboy” e “Penthouse” e a favore delle leggi antipornografiche. A salvarci è arrivata per fortuna la rivoluzione di Madonna».

Madonna Louise Ciccone?
«Sì. Quando nel 1990 scrissi un’editoriale sul “New York Times” in cui la descrivevo come il futuro del femminismo, le leader storiche mi risero dietro, ma nelle librerie il mio libro Sexual Personae cominciò ad andare a ruba. Il responsabile della pagina dovette litigare con il direttore per non cambiare il mio linguaggio slang , mai usato prima in un editoriale. Fui io a spianare la strada allo stile discorsivo di Maureen Dowd, con cui presto condividerò il palcoscenico».

Dove?
«Il prossimo 15 novembre alla Roy Thomson Hall di Toronto terremo un dibattito sulla presunta fine dell’uomo. A sostenere questa tesi saranno Hannah Rosin e la Dowd; con Caitlin Moran, io difenderò invece il testosterone, perché sono stanca di vederlo demonizzato come la fonte di ogni male. Anche se Rosin possiede l’orecchio della working class , il padre era tassista, il suo libro parla all’alta borghesia bianca. Donne ossessionate da diete e ginnastica, circondate da uomini addomesticati che hanno imparato a comportarsi secondo il canone femminista. Non è un caso se non ci sono mai stati tanti uomini gay come oggi».

Come lo spiega?
«Mancanza di interesse per l’avvocatessa o la dirigente bianca laureata a Yale e Harvard, che non ha più nulla di femminile e vive in totale controllo di tutto, ma senza gioia e piacere. E spesso anche senza uomini, perché molti di loro rifiutano di essere burattini. È un fenomeno globale che spiega il successo planetario di Sex and the City . Perché se è vero che alla nascita siamo tutti bisessuali, in questa cultura è molto meglio essere gay».

Come giudica l’immagine della donna nell’arte?
«All’ultimo Mtv Award, Miley Cyrus si è spogliata, ma senza erotismo. La lezione di Madonna le è arrivata filtrata dalle sue cattive imitatrici: Britney Spears, Gwen Stefani e Lady Gaga. Dopo che Kate Perry e Taylor Swift hanno riesumato la femmina-principessina stile anni Cinquanta, si salvano solo Beyoncé, straordinaria performer senza nulla da dire, e Rihanna, che adoro. Anche Jennifer Lopez e Angelina Jolie mi hanno delusa e oggi le trovo noiose».

In una recente intervista lei si è scagliata contro il silenzio delle femministe americane nei confronti del femminicidio in India.
«È un silenzio vergognoso dettato da ipocrisia politicamente corretta, secondo la quale criticare una nazione non occidentale è razzismo. Ma qui si parla poco anche del femminicidio in Italia e della luttuosa catena di donne rapite, stuprate e ammazzate in America».

Vede un incremento di violenza contro le donne?
«Il vero problema è che le terapie farmacologiche hanno sostituito un po’ ovunque Sigmund Freud. Rinnegando la psicoanalisi, la nostra società si è esposta all’aggressione di menti criminali e psicotiche, contro cui né la polizia né tantomeno la pena capitale sono deterrenti».

È sorpresa dall’entità del fenomeno in Italia?
«No. Picchiare, commettere abusi o uccidere una moglie o la fidanzata è legato alla dipendenza dalla figura materna di uomini rimasti bambini. Dietro ogni assassinio c’è un simbolo, l’ombra nascosta di un trauma infantile che solo la psicoanalisi può far riemergere. Ma è anche colpa delle donne italiane ingenue, che rifiutano di leggere tutti i segnali che precedono la violenza. E anche la crisi della famiglia contribuisce al femminicidio. Un tempo, se toccavi una donna italiana, sapevi che il padre o il fratello sarebbero venuti a cercarti per regolare i conti».

Lei è stata definita l’erede di Harold Bloom, il suo ex professore a Yale.
«In realtà non ho mai studiato con lui. Nel 1971, quando seppe che stavo scrivendo per il mio PhD una dissertazione sul sesso che nessun docente voleva sponsorizzare, mi convocò nel suo ufficio. Mi disse: “Mia cara, sono io l’unico che possa dirigere quello spartito”».

Lo considera il suo mentore?
«Bloom, allora già molto controverso, fu l’unico a credere in me e a capire esattamente le mie idee. A metà degli anni Cinquanta era stato licenziato insieme a Geoffrey Hartman, in una vera e propria crociata antisemita messa in atto dall’establishment wasp (bianco, anglosassone e protestante) di Yale. Anche io più tardi conobbi la discriminazione a Yale a causa del mio cognome».

Nel 2004 Naomi Wolf pubblicò un articolo sul «New York Magazine» dove affermava che Bloom l’aveva molestata a Yale.
«A quei tempi le relazioni studenti-docenti erano comuni e nessuno osava metterle in discussione. Anche Bloom ci provò con Naomi, nota civetta, ma quando lei si rese conto che l’illustre docente era interessato più al suo seno che alla sua poesia, si alzò per andare a vomitare in bagno. Aver aspettato vent’anni per raccontarlo è riprovevole».

Che cosa pensa del besteller «Facciamoci avanti»?
«Penso che Sheryl Sandberg menta nel descrivere il personale che l’aiuta in casa e con il figlio: uno staff immenso. Però l’autrice ha ragione quando afferma che una boss di polso è giudicata una stronza e che le donne hanno paura a chiedere l’aumento di stipendio. Serve una riforma dell’università che sponsorizzi asili nido per permettere alle giovani mamme di iscriversi e frequentare. Per non trovarsi come me, che sono diventata mamma a 55 anni, quando adottai il figlio oggi undicenne della mia ex compagna».

Come nasce il suo spirito ribelle?
«Mio padre era un sostenitore del pensiero indipendente. Reduce dalla Seconda guerra mondiale, fu lui a insegnarmi a difendermi nel caso venissi attaccata fisicamente. Ero la primogenita, e mi trattava come il maschio che avrebbe voluto. Poi sono nata nel segno dell’Ariete e vengo da Ceccano, da una stirpe di guerrieri volsci e capatosta. Anche l’amore per la cultura è nel Dna. Papà è stato l’unico dei suoi dieci fratelli a laurearsi, diventando docente di Lingue romanze. Suo padre, barbiere, aveva la passione per i libri di diritto. La nostra dedizione per il sapere viene anche dalla religione cattolica. Tra i parenti annoveriamo una suora, un prete, un vescovo di Avellino e un sagrestano in Vaticano».

È più facile nascere donna oggi rispetto a 60 anni fa?
«Oh mio Dio, non c’è paragone. Essere ragazzina come lo sono stata io negli anni Cinquanta era spaventoso. Volevo suonare la batteria, indossare i pantaloni, giocare a basket: tutte cose vietate alle bambine. Se volevi dimagrire, la clinica locale ti prescriveva una pillola di anfetamina, invece di incoraggiarti a fare ginnastica. Anche oggi però ci sono donne che continuano a soffrire, soprattutto in Paesi come Afghanistan e Pakistan. Ma credo che all’India spetti il triste primato».

 

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/1-camille-paglia-lintellettuale-pubblica-pi-famosa-damerica-femminista-e-lesbica-sbotta-sono-stanca-67265.htm

http://lettura.corriere.it/ci-salveranno-i-camionisti/

 

 

Anche il New York Times denuncia il (nazi)femminismo italiano: papà rovinati da separazioni e divorzi

Crisi economica e (in)giustizia femminista stanno devastando i papà italiani. È il New York a lanciare l’allarme su questa moderna forma di schiavitù: papà italiani espropriati dei propri affetti, dei propri averi, della propria casa da sentenze femministe. Mentre la stampa di sinistra italiana indulge nella propaganda anti-uomo per far avere più fondi ai centri anti-violenza caduti nel femminismo.

«MILANO — La crisi economica viene sentita gravemente da una nuova classe di persone: papà separati che finiscono in povertà sulle strade mentre cercano disperatamente di pagare mantenimenti.

In Italia, dove il fenomeno è forse più acuto, il fenomeno riflette una combinazione di crisi economica che incontra la lenta dissoluzione del sistema sociale e l’implosione della famiglia italiana.

Un volontario della Croce Rossa, Gianni Villa, porta cibo, vestiti e coperte una volta alla settimana alle legioni di senza casa di Milano “prima erano barboni, drogati, persone allo sbando… Oggi trovo persone qui per la crisi economica o per via dei loro problemi personali. Non vogliono dire di essere papà separati, perché non vogliono che la loro famiglia lo sappia”.

Franco, 56 anni, papà separato, ha lasciato la sua Puglia in cerca di lavoro, dovendo mantenere la moglie di 34 anni “in Puglia vivevo giorno per giorno… sto ancora mantenendo le figlie di 20 anni ma senza lavoro. Ho avuto fortuna a trovare un uomo che mi ha dato una coperta e mi ha insegnato come vivere per la strada”.

Le separazioni ed i divorzi sono cresciuti: 297 e 181 per 1000 matrimoni secondo l’ISTAT.

Nonostante che una legge del 2006 abbia sancito l’affido condiviso, i giudici italiani continuano ad affidare i figli alle madri, mentre i papà vengono caricati del peso economico della separazione.

Quando Umberto Vaghi divorziò, gli venne ordinato di pagare 2000€ al mese di mantenimenti, quando il suo stipendio era di 2200€ mensili: “sono stato attaccato dai tribunali italiani”.

In Italia, le opere di carità vedono che sempre più persone fra chi chiede un piatto di minestra ed un letto sono papà separati “Una triste realtà ma ben comprensibile, considerato che l’80% dei papà separati non possono vivere con quello che rimane del loro stipendio” dice la ricercatrice Saso.

Padre Moriggi, che gestisce un’opera di accoglienza dice “Questi uomini avevano un salario medio, ma gli rimangono solo lacrime da piangere una volta pagati i mantenimenti. Vengono da noi, ma si vergognano di vedere i loro bambini in queste strutture, e soffrono”.

Nelle grandi città come Milano, Roma e Torino gli amministratori stanno diventando consapevoli della crisi. Due anni fa la Provincia di Milano ha inaugurato una casa per papà separati. Il giardino accoglie le visite dei loro bambini. Ogni mese ciascun ospite paga 200€.

Fabio, 51 anni, ha vissuto qui da Gennaio, quando si è separato dalla moglie. Lo stipendio di Fabio, 1200€, basta appena a pagare il mantenimento, e quindi l’accoglienza è stata un sollievo.

Nonostante i tempi duri, rimane ottimista “Spero di trovare una casa da solo perché non posso rimanere qui per sempre”.»

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Testo completo originale da http://www.nytimes.com/2012/05/26/world/europe/in-italy-economy-and-law-leave-many-single-fathers-broke-and-homeless.html

In Europe, Divorce and Separation Become a Burden for Struggling Fathers

 

MILAN— The pain of Europe’s economic crisis is being felt sharply by a new class of people: separated and divorced men who end up impoverished or on the streets as they struggle to maintain themselves while keeping up child support and alimony payments.

The number of fathers who find themselves in such difficulties is hard to pin down, and while it may not be extremely large, it is growing, according to researchers, government statistics and anecdotal accounts from social workers, particularly in Europe’s hard-hit southern tier.

In Italy, where the phenomenon is perhaps most acute, it reflects a fearsome combination of forces as the four-year-old economic crisis meets the steady fraying of the social safety net and the slow-motion implosion of the Italian family.

For some separated fathers, the burdens become unbearable as they find themselves jobless or unable to make ends meet as their children, facing grim economic prospects themselves, remain dependent on family support into adulthood.

“The support that Italian families used to provide,” which essentially substituted for a welfare state, “is no longer something that can be taken for granted,” said Alberto Bruno, provincial commissioner of the Italian Red Cross in Milan. His volunteers, he said, have come across men living in cars, even in Milan’s Linate Airport, “mixing with passengers, dressed in their suits.”

One volunteer, Gianni Villa, 25, who takes food, clothing and blankets once a week to Milan’s growing legions of homeless, said he was surprised at the change he had seen. “Before, men who lived on the streets were vagrants, people adrift or drug addicts,” he said. “Nowadays you find people there because of the economic crisis or because of personal problems.”

“They don’t tell you they are fathers,” he said, “because they don’t want their family to know.”

Franco, 56, who did not want to use his full name so as to avoid the shame of his wife and two daughters learning of his troubles, left his native Puglia in April after his business went bankrupt. He said he traveled to Milan to look for work, in part to keep up alimony payments to his wife of 34 years, whom he is divorcing. The couple separated about a year and half ago, he said.

“In Puglia I was living day to day, but I couldn’t keep that up forever,” he said, adding that he was still supporting his daughters, both of whom are in their early 20s but unemployed.

With no place to stay in Milan as of April, Franco said he was “very fortunate” to meet a man at a McDonald’s who gave him a blanket and showed him “the ropes of living on the street.” It was not long before he was sleeping on a box under the portico facing Milan’s stock exchange.

Separations and divorces have steadily risen in this traditionally Roman Catholic country since divorce was legalized in 1970. In 1995, 158 of every 1,000 marriages ended in separation, and 80 out of 1,000 in divorce. In 2009, the last year for which statistics are available, the numbers had reached 297 separations and 181 divorces per thousand, according to Istat, the national statistics agency.

Even though a 2006 law made joint custody of children the norm when parents split, Italian courts continue to make mothers the primary caregivers while fathers bear the financial brunt of the separation. Critics say the law, as it is applied, favors women, whose participation in the work force has steadily grown, reaching 46.5 percent, according to Istat. Still, more than half of women who are separated also see a decline in their economic conditions, Istat said.

When Umberto Vaghi, a sales manager in Milan who was divorced last year, split from his wife in 2004, for example, he was ordered to pay her 2,000 euros, or about $2,440, each month for upkeep on their home and support for their children, then 10 and 8. Each month, Mr. Vaghi was earning 2,200 euros, or about $2,680.

“I was attacked by the Italian justice system,” said Mr. Vaghi, 43, a board member of thePapa Separati Lombardia movement, a nonprofit that assists single fathers and lobbies to improve Italian family law legislation.

“Society is changing, and with it the roles of the father as the breadwinner and the mother as homemaker,” he said. “Legislation should take that into consideration.”

Unfortunately, “there isn’t much will to change things,” he added. He and others attribute the resistance in part to the still-powerful influence of the Catholic Church in Italy, as well as the fact that Parliament is filled with lawyers who have little interest in reducing litigation.

In Spain, court filings against fathers who have not paid child support have risen sharply since the start of the economic crisis. Recent news reports in places like Navarra and Galicia describe fathers who have been jailed for failing to support their children. In April last year, a Barcelona judge denied parental custody to a divorced father, citing the fact that he had lost his job.

Poverty among single parents is “a rising phenomenon,” said Raffaella Saso, who wrote on the “new poor” — separated fathers and single-parent families — for the annual report of Eurispes, the Rome-based research institute.

Homelessness, too, is growing. In Greece, Klimaka, a charity group, estimates that the number of homeless has increased by 25 percent in the past two years. The trend is a concern in a country where traditionally strong family ties have usually averted such phenomena. A third of those who had registered as homeless were divorced or separated, and mostly men, according to a study published in February by the National Center for Social Research.

In Italy, charities say that a growing number of those using soup kitchens and dormitories of churches and other agencies are separated parents. “An uncomfortable reality but easy to believe, considering that 80 percent of separated fathers cannot live on what remains of their salary,” Ms. Saso, the researcher, wrote.

The Rev. Clemente Moriggi, who oversees the Brothers of St. Francis of Assisi, a Milanese Catholic charity, said that in the past year separated fathers, ages 28 to 60, occupied 80 of the 700 beds in the foundation’s dormitories, which do not house children. That is more than twice the number of just a few years ago.

“These men earned average salaries that only left them tears to cry once they paid their alimony and mortgages,” Father Moriggi said. “They are the people who come to us. But this is not a situation where family life can prosper. They feel ashamed to see their children in these structures, and this makes them suffer. And makes relationships suffer.”

In large cities like Milan, Rome and Turin, local administrators are becoming increasingly aware of the crisis. Two years ago, lawmakers with the Milan Provincial government inaugurated a housing project for separated fathers at the Oblate Missionary College in Rho, just outside of Milan.

The men occupy 15 rooms in a recently refurbished 16th-century guesthouse that also caters to tourists and pilgrims. The lodgings are spare, but the exquisite setting, in a park, is welcoming for children to visit.

Each month, guests pay 200 euros, or about $250, a month for lodging and assistance from psychologists and social workers, and the province pays twice that as a subsidy.

Fabio, 51, has lived in the Rho facility since January last year, when he separated from his wife, who lives near Milan with their 13-year-old son. Fabio’s monthly salary of 1,200 euros, or about $1,500, earned as a bookbinder, did not go far once alimony and mortgage payments were made, so the housing has been a relief.

Despite his hard times, he remains optimistic. “I hope to find a home for myself because I can’t stay here forever,” he said.

 

fonte

Decidete voi, Giudici! «Non faccio arringhe, abbiamo già vinto»

Eccezionale difesa al processo contro i coniugi Camparini rinviati a giudizio per aver RAPITO la loro figlia da una di quelle orribili case famiglia dove ormai troppo spesso e spesso senza giustificati motivi, vengono rinchiusi i bambini.

Di fronte a certa “giustizia” non ha senso “negoziare” .

Di seguito l’articolo così come è apparso sull’edizione del 24 febbraio 2011 de “Il Tirreno”

«Non faccio arringhe, abbiamo già vinto»

MASSA. Si è rimesso alla decisione del collegio l’avvocato di Massimiliano Camparini e Gilda Fontana, non ha chiesto né assoluzione né attenuanti.

Francesco Miraglia (nella foto) però ha usato una strategia che non è valsa l’assoluzione dei due imputati, ma che ha sollevato parecchi dubbi su questo episodio:

«Potevo studiarmi delle sentenze che dicevano che in caso di figli non si può parlare di sequestro ma di sottrazione di minore, potevo portare mille scusanti ma non lo faccio.

Non lo faccio perché con questo processo ho già ottenuto il mio scopo, far capire ai giudici e a chi ha assistito alle udienze che Massimiliano e Gilda erano disperati perché sentivano che si stava materializzando un’ingiustizia».

Miraglia è andato oltre:

«Si è capito, grazie a questo processo che Anna Giulia ha una mamma e un papà e questo è un aspetto positivo, ma l’aspetto negativo è che questa vicenda dimostra come la giustizia possa rovinare le esistenze delle persone.

In questo caso ha rovinato la vita a due genitori e a una bambina che ha 5 anni e che tra qualche mese andrà a scuola senza sapere ancora quale sarà la sua famiglia.

Decidete voi giudici se a sequestrare Anna Giulia per dieci giorni siano stati la mamma e il papà o se è stata la giustizia a sequestrarla per tre anni».

 

http://iltirreno.gelocal.it/massa/cronaca/2011/02/24/news/non-faccio-arringhe-abbiamo-gia-vinto-3528269

 

Carmen Llera Moravia. Tra intellighenzia, moralismo e eros a gogò

La scrittrice spagnola fa la moralista all’Infedele di Gad Lerner, ma non molti anni prima con i suoi racconti sollecitava l’immaginario erotico. Ma c’è sempre una scusa: “Noi eravamo degli intellettuali…”

All’ondata moralizzatrice che increspa la politica italiana immersa nel «caso Ruby» non si sono sottratte neppure le signore che, l’altra sera, erano ospiti di Gad Lerner, su La7. Ilaria D’Amico, Carmen Llera Moravia e Lucrezia Lante della Rovere si sono legittimamente indignate per l’uso indecente del corpo della donna e per il modello vergognoso di femminilità che esce dall’intera vicenda. Possiedono, è ovvio, i titoli per farlo. Avessero anche mostrato, in passato, atteggiamenti sessualmente o moralmente riprorevoli, non sono certo bisimabili. Perché non hanno mai ricoperto alte cariche istituzionali. E perché «comunque noi eravamo intellettuali», come ha fatto notare la charmant au caviar Carmen Llera Moravia. La quale, fra tutte le donne presenti in studio, è stata quella che più di ogni altra, più delle stesse ragazze dell’Olgettina, ha sollecitato l’immaginario erotico dei telespettatori. Molti dei quali l’hanno in quel momento ricordata per almeno un paio di motivi. Il primo quando, bellissima e disinvolta venticinquenne, divenne prima l’amante del vecchio e potentissimo Alberto Moravia, che all’epoca andava per i 73 anni, quasi quanto Berlusconi – relazione che solo i maliziosi pensano possa esser stata in qualche modo utile alla sua carriera di scrittrice -, e il secondo quando, ne gossippari e post-edonistici anni Novanta, esplose un pruriginoso «scandalo letterario» in cui c’erano di mezzo un «io», una «cosa» e ben due «lui». Ossia il triangolo sessuale al centro del romanzo autobiografico Diario dell’assenza uscito nel 1996 da Bompiani. L’«io» era la ancora bellissima Carmen Llera Moravia, che firmava il libro; la «cosa» era la sua «cosa»; e i due «lui» erano il «coso» di un «ebreo comunista sposato», «circonciso», nato a Beirut, giornalista televisivo sull’asse Roma-Milano, e di nome Gad, che occupa tutta la prima parte del libro (60 pagine circa); e l’altro il «coso» di un «politico», alto, «magrissimo», tormentato, con «gli slip sovietici», di nome «F.», che occupa la seconda parte del libro (40 pagine circa). Il secondo «lui» si guadagna la dedica – Scrivo per essere amata, a F. – e fu identificato con Piero Fassino. Il primo invece si guadagna l’incipit – «Sono già cinque giorni che non sfioro il tuo sesso circonciso. Non so dire se mi manca, credo di no (…) Le mot Gad deux lettres hébraiques: guimel et dalet…» – e fu smascherato come, appunto, Gad. Lerner. Quando nel luglio 2000 ottenne la direzione del TG1, Dagospia, che pur essendo appena nato era già all’avanguardia, pubblicò un abstract del libro di Carmen Llera in cui si descrivono le doti amatorie e il membro circonciso del protagonista «che sa di mandorle bianche, dolce».

Il pezzo fu ripreso dal Barbiere della sera e da lì girò per i salotti letterari, politici e giornalistici… La scrittrice, successivamente, smentì qualsiasi rapporto tra il Gad del libro e il Gad della realtà, spiegando in un’intervista a Cesare Lanza (che per caso era in studio proprio insieme a lei l’altra sera) che Gad nella sua lingua significa «cactus» (in castigliano? in catalano? in basco?…), ma tant’è. Tutti si buttarono a leggere il libro, in cui trovarono una coppia che nel peggiore stile radical-chic non fa altro che (non stiamo scherzando) bere champagne rosé, mangiare vegetariano, bere thé verde, vedere i film di Tavernier, leggere Kundera – persino ascoltare Mahler mentre ci si masturba nella vasca da bagno leggendo il Diario di Anna Frank! (pag. 38)- e soprattutto «scopare, scopare, scopare» (pag. 50): «con nessuna hai scopato come con me. Nessuno amerà il tuo corpo sgraziato come me» (pag. 19), «So che la mia bocca non potrà più divertirsi e giocare con un sesso come faceva con te» (pag. 22), «Mi prendi subito contro il tavolo dell’ingresso» (pag. 27), «Mi prendi contro il muro e godi, lo sperma scende lentamente lungo le cosce. Usciamo per andare al ristorante» (pag. 30), «Mi schizzi in bocca» (pag. 31), «Ci divertiamo e mi penetri a lungo prima di incularmi. E dopo gioco per ore con il tuo sesso circonciso» (e siamo soltanto a pagina 35…). Di tutto questo naturalmente Gad Lerner (che per caso era in studio proprio insieme a lei l’altra sera) non ha parlato. Acqua passata. Del resto, la stessa Carmen l’aveva già detto nel 1996 quando, dopo averlo chiamato «Adorabile infedele..» (proprio così: «Infedele»…), dice – pagina 103 – «Che senso ha? Non ho più stimoli né sessuali né mentali, mon juif (mio giudeo, ndr) hai distrutto tutto».

 

http://www.ilgiornale.it/interni/carmen_llera_fa_moralista_ma_volta/llera-carmen-moravia-radical-chic-sesso-libri/28-01-2011/articolo-id=502438-page=0-comments=7#1

Separazioni: tra false accuse, mostri presunti, business e danni sui bambini.

Può capitare a chiunque di svegliarsi e scoprire di essere diventato un mostro. Succede che un giorno, all’improvviso, tutto quello che avevi fino alla sera prima –la famiglia, gli amici, il lavoro– si trasforma in un grande buco nero che ti ingoia e ti cancella. Non esisti più. L’accusa di aver molestato un minore è più di una condanna penale. E una sentenza di morte. Il criminologo Luca Steffenoni ha scritto un libro (“Presunto colpevole”, edito da Chiarelettere) che tutti – insegnanti, giudici, psicologi e genitori – dovrebbero leggere per cambiare prospettiva e vedere cosa c’ è dietro l’allarme pedofilia.

Un libro che squarcia il silenzio e parla dell’interesse economico mascherato dall’ amore per i più piccoli di molte associazioni. Enti. Istituti ed esperti. Ci sono bambini strappati alle famiglie che diventano adulti negli orfanotrofi, un sistema giudiziario che non funziona, insegnanti che finiscono in carcere vittime di psicosi collettive, uomini sbattuti in cella solo sulla base di perizie psicologiche.

E perfino di sogni. Com’è successo a don Giorgio Carli, condannato a sette anni e sette mesi dalla Corte d’appello di Bolzano dopo un processo basato sull’ attività onirica della donna che lo aveva denunciato. Incriminato perché uno psicoterapeuta aveva interpretato i sogni della vittima. Ci sono tante storie cominciate con un’accusa di molestie sessuale, continuate con una condanna e terminate con un’assoluzione troppo spesso tardiva. Vite annientate.

Basta poco per far scattare una denuncia. Salvatore Lucanto ha passato due anni e mezzo in carcere per aver violentato la figlia e la cugina. Poi è stato assolto. L’accusa, che si basava sui disegni fatti dalla figlia davanti alla psicologa, cadde quando divennero chiari i metodi utilizzati per ottenere le prove: «La signora mi ha detto che devo disegnare un fantasma e chiamarlo pisello», aveva dichiarato la bambina all’uscita dell’audizione protetta. Un altro imputato è riuscito a salvarsi da un’accusa rivelatasi falsa solo perché aveva avuto l’idea originale di farsi tatuare il pene con un’immagine che la presunta abusata non ha saputo descrivere.

La situazione peggiora quando, nel ’96, cambia la legge sulla violenza sessuale e viene introdotta una norma che disciplina gli atti (come le molestie e tutte quelle azioni in cui non c’è contatto genitale) che rischiavano di restare esclusi dal reato di violenza. ‘Ma è atto sessuale lasciare in mutande i bimbi che si sono bagnati durante una festa? Fare il bidet ai figli? Osservare le parti intime se necessitano di cure? Fare la doccia con il proprio bimbo? «Eppure», scrive Steffenoni, «tutti questi fatti sono entrati nei processi come sintomo di abuso e ritenuti spesso sufficienti a giustificare condanne o l’allontanamento dei piccoli dai propri genitori». Nei processi si parte dal presupposto che i bambini raccontano sempre la verità, ma spesso le loro testimonianze sono confuse e condizionate dalle domande degli psicologi che stanno sempre più assumendo il ruolo di poliziotti. Il criminologo parte da un dato: ogni anno arrivano 5 mila denunce da parte di scuole, centri d’ascolto, servizi sociali e Asl. I casi concreti sono 845. Significa che una buona fetta delle segnalazioni si rivelano se non false, almeno fantasiose. Sovente frutto di psicosi o di vendette contro l’ex coniuge. Chi viene accusato ha poche possibilità di difesa e il processo ha quasi sempre un esito scontato. È l’accusato che deve dimostrare la propria innocenza, non l’accusa che deve portare elementi certi. Meglio essere arrestati per omicidio: l’indulto si applica a chi uccide un bimbo ma non a chi è accusato di averlo palpeggiato.

Sullo sfondo di “Presunto colpevole”, tutte le storie di bimbi sottratti, di papà ingiustamente condannati, c’è l’inquietante cornice entro cui si muovono i procedimenti giudiziari per abusi sessuali: il cosiddetto “sistema antiabusi”, un mondo autoreferenziale, fatto di consulenti, psicologi, esperti. Spesso improvvisati, centri di assistenza ai quali compete la prima e anche l’ultima parola nei procedimenti giudiziari. Ci sono tra i 26mila e i 28mila bambini che vivono negli istituti fino alla maggiore età. Strappati alle famiglie per mille cause: perfino l’indigenza di genitori affettuosi e premurosi diventa un buon motivo per portare via i piccoli. Stato, Regioni, Province e Comuni danno finanziamenti per circa 200 euro al giorno per ogni bimbo. Per un totale di 1898 milioni di euro all’anno. Ogni bimbo in istituto costa 75mila euro all’anno. Siamo sicuri che questi istituti facciano solo sempre l’interesse dei piccolini?

da Libero – Lucia Esposito

 

Fino agli anni novanta, racconta Steffenoni, la pedofilia veniva combattuta con i vecchi, cari metodi tradizionali: intercettazioni telefoniche e ambientali, sequestro di pubblicazioni oscene, pedinamenti di sospetti. Metodi lenti, costosi, ma molto efficaci. Inchiodati da prove irrefutabili – come l’imprenditore triestino Moncini, beccato dal FBI all’aeroporto di Manhattan dopo un intenso scambio di telefonate con un agente infiltrato – i pedofili finivano dritti in galera dopo un semplice, regolare processo. Erano soggetti pericolosi, ma nessuno li considerava come accade oggi diabolicamente astuti, imprendibili e dotati di coperture che li ponevano al di là della legge e di ogni prevenzione.
Poi, la svolta. Aiutata anche da un crollo della natalità, che rende i bambini rari, e quindi talmente preziosi da essere soffocati di attenzioni dai genitori. Nel 1996 il codice penale vede giustamente aumentare i suoi articoli, perché dopo decenni, si riesce a far passare il concetto che la violenza carnale non è un banale delitto contro la morale, ma un reato contro la persona, e che compiere atti sessuali con minori di quattordici anni è sempre un reato. Peccato che poi la legge, nella sua stringata ambiguità, non precisi cosa si intenda con “atti sessuali”. L’ambiguità ha lasciato che nella prassi giuridica entrasse in gioco il concetto di “abuso”, semanticamente ancora più vasto e di definizione ancora più equivoca e incerta. Quando poi dagli abusi l’attenzione si è spostata ai loro sintomi, ancora più fumosi, la frittata era fatta. La lotta alla pedofilia era diventata campo d’azione degli psicologi, i soli abilitati nel delicato compito di scrutare nella psiche delle piccole vittime, alla ricerca del “rimosso”. Neanche a farlo apposta, quello scorcio di anni ’90 è anche il periodo in cui la corporazione degli psicologi riesce ad allargare legalmente le proprie fila, riconoscendo come professionisti della psiche anche individui privi di requisiti professionali adeguati. E questo trascurando che la psicologia non è una scienza esatta, né vuole esserlo.
È comunque in questa classe di candidati alla disoccupazione intellettuale che si andrà ad attingere per formare esperti nell’arte di decifrare le labili tracce lasciate dagli abusi. Compito delicato, tale da richiedere un esperto competente, in modo che il minore non patisca ulteriori sofferenze. Peccato che spesso si traduca nel forzare i bambini a dichiarare ciò che ci si aspetta da loro, spesso in cambio della promessa di rivedere il genitore da cui sono stati divisi.
Intanto in campo appariva una nuova figura di pedofilo: scaltro, diabolico, sinuoso, capace di nascondersi nella società senza lasciare tracce delle sue losche azioni, neanche fosse Fantomas. Così, mentre l’isteria cresceva, la sommatoria di ambiguità e sciatteria generava procedure che avrebbero impressionato Kafka. «Tanto la fase inquirente quanto quella del giudizio – scrive Steffanoni – si sono trasformate nel regno dell’aleatorio se non del surreale, dove tutto e il suo contrario può essere affermato.» Caduto il discrimine secondo cui solo ciò che è falsificabile ha valore scientifico, ogni cosa e il suo contrario può costituire un capo d’accusa. «Il bambino accusa l’adulto? Dunque è stato abusato. Non lo accusa? Ha paura, vuole difenderlo, vuole rimuovere l’abuso. Non ricorda gli eventi e si contraddice? Normale, dimenticanze da shock per il trauma subito. Ricorda meticolosamente ogni particolare, tanto da sospettare che sia stato “preparato” un po’ troppo? I fatti d’abuso si fissano nel profondo della psiche e riemergono con precisione se sollecitati.» Se il caso più recente è quello dell’asilo di Rignano Flaminio, quello più eclatante ha avuto inizio qualche anno fa a Bolzano. Protagonista, il sacerdote quarantenne don Giorgio Carli, amatissimo dalla sua comunità, portato in tribunale da una ex parrocchiana ventottenne. L’accusa fa riferimento ad episodi che avrebbero avuto inizio quando la ragazza aveva nove anni, e si sarebbero protratti fino ai quindici. Tra altre pratiche innominabili, il sacerdote avrebbe costretto un altro ragazzino ad avere rapporti con lei, mentre filmava le scene indossando un paio di guanti neri. Il ragazzino, ormai diventato adulto, ha negato, ma inutilmente. In appello il sacerdote è stato condannato a oltre sette anni di carcere.
Questa volta l’ipnosi – o più precisamente, la “distensione immaginativa”, come la chiamano i cosiddetti esperti –, non ha riportato alla luce episodi rimossi. Ad essere resuscitato dagli abissi della coscienza è stato un suo sogno. Nel sogno la ragazza si vedeva violentata da marocchini in un bar sulla cui insegna c’era scritto “San Giorgio”. Lo stesso nome del parroco che ha deciso di denunciare. «Quel sogno – ha scritto Ferdinando Camon, che si è interessato al caso con la sua consueta attenzione – è sembrato determinante. Ma se fosse determinante, sarebbe il primo caso in cui un colpevole risulterebbe incastrato da un sogno, o peggio, da una fantasia. È qui la rivoluzione: nell’attribuire al mondo dei sogni la funzione di garanzia sul mondo reale, tanto forte da reggere una condanna pesante.»
Intanto le vittime di procedimenti imbastiti sul niente si moltiplicano, e quel che è peggio, sempre più famiglie vengono spezzate. Non di rado si arriva all’assurdo giuridico che il padre prosciolto da ogni accusa si veda negata la restituzione dei figli. Che di queste tragedie inutili sono quelli che pagano, con laceranti separazioni, il prezzo più alto.

Da Il secolo d’Italia – di Massimiliano Griner

 

«Questo libro nasce da un’esigenza morale» dice il criminologo Luca Steffenoni, autore di Presunto Colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia (appena uscito per Chiarelettere, pp.272, euro14). «In tanti anni di lavoro per i tribunali ho visto troppe accuse ingiuste di pedofilia, con soluzioni tardive e danni psicologici ed economici enormi: un abisso di errori e orrori giudiziari che mi hanno obbligato a far sentire la mia voce».
Il libro prova a raccontare quello che non vediamo. Una macchina burocratica che vale milioni di euro («ogni bambino sottratto alla famiglia paga lo stipendio a dieci tra psicologi e tecnici» dice Steffenoni). Un affare per associazioni, centri d’assistenza, consulenti, psicologi. E tante storie di affetti distrutti, di violenza psicologica (genitori divisi, bambini affidati, interrogatori infiniti).
«La macchina della giustizia è sfuggita di mano a tutti-dice Steffenoni- I magistrati che si occupano di minori sono pochi, un mondo chiuso sorretto da un associazionismo a cui deve riscontro. Dall’altra parte c’è un clima emotivo e fanatico contro i pedofili. Ma il paradosso è che il vero pedofilo spesso sfugge alla giustizia o patteggia pene irrisorie». Se davvero l’interesse ultimo di tutti gli attori in causa è difendere i bambini, i fatti raccontati da Steffenoni documentano il contrario. «Bisogna bloccare la macchina. Basta errori, questo problema ci riguarda tutti».
da La Stampa – di Raggaella Silipo
L’ultimo caso clamoroso è stato quello dell’imprenditore di Guidonia arrestato in Brasile con l’accusa di essere un pedofilo per aver baciato sulla bocca la figlioletta. Dopo giorni di carcere, con il rischio di essere condannato fino a 15 anni, è fortunatamente ritornato in libertà. Luca Steffenoni, criminologo, ha indagato il fenomeno della pedofilia e ha scoperto che anche in Italia sono moltissimi i casi di malagiustizia.
Un tema talmente delicato quello affrontato che l’editore ha ritenuto opportuno inserire una nota editoriale per spiegare che non si tratta di un libro sulla pedofilia ma sulla violenza sui bambini, anche su quella che spesso ruota attorno al cosidetto sistema antiabusi, per capire cosa c’è dentro e dietro l’allarme pedofilia e le vicende processuali.
L’autore ha preso in esame molti casi giudiziari e ha riscontrato che molto spesso i pubblici ministeri adottano una sorta di teorema: il bambino non mente mai. A questo proposito ha esaminato alcune inchieste del pm milanese Pietro Forno che ha sostenuto l’esistenza di due tipi di rivelazione: quella diretta e quella mascherata. La prima è quella del bambino ormai adolescente che racconta i fatti, la seconda è quella che si manifesta con un disagio psicologico. Secondo Steffenoni per un genitore accusato sarebbe meglio avere a che fare con la prima tipologia perché si tratterebbe di verificare l’attendibilità dell’accusa. In realtà, però, analizzando molti casi anche questa tipologia è rischiosa perché spesso il minore prima accusa, poi ritratta, quindi racconta a metà e infine conferma la prima versione. Per molti pm, però, il minore racconta sempre la verità, anche davanti ad evidenti contraddizioni.
Il libro prova a raccontare una macchina burocratica che vale milioni di euro. Un affare per molti: associazioni, centri di assistenza, consulenti, psicologi. Già all’atto della denuncia i bambini vengono portati via alla famiglia e in moltissime occasioni, come ha testimoniato Steffenoni, anche dopo l’assoluzione dei genitori rimangono nei centri protetti per anni. Le ragioni del libro – ha scritto in premessa l’autore – sono quelle di dare voce a chi non ne ha e non ne ha avuta ”stretto tra un’informazione che privilegia l’arresto e dimentica l’assoluzione e un’opinione pubblica che baratta le storture del sistema con l’illusoria convinzione che si tratti pur sempre di eccezioni”.
Da ANSA
lucaLuca Steffenoni, criminologo e scrittore, svolge la sua attività di studioso e consulente in collaborazione con enti ed istituzioni nazionali e comunitarie. Libero professionista, partecipa a ricerche della Comunità Europea nel campo della prevenzione, della vittimologia, dei flussi migratori e della recidiva dei padri incestuosi. Si è occupato tra l’altro di linguaggio e di comunicazione del messaggio preventivo per campagne di sensibilizzazione sociale nei paesi europei ed è consulente per autori che si cimentano nell’ambito letterario a sfondo criminologico.
E’ stato direttore del Centro di ricerca e counseling Psicologia e Benessere. E’ stato redattore della rivista Delitti & Misteri, insieme a molti dei più interessanti tra gli scrittori noir e giallisti italiani (tra gli altri Andrea G.Pinketts, Carlo Lucarelli e Massimo Carlotto) dove ha scritto di delitti classici e di numerosi temi di attualità criminale.
Il sito dell’autore: www.lucasteffenoni.com
Il libro: Presunto colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia (ed. Chiarelettere)

Le uova di garofano rosso

“Le uova di garofano rosso” intervista a Silvano Agosti
Venezia Lido, settembre 1991

D. I bambini che recitano nel film, dovendo interpretare delle parti che fondamentalmente sono del regista, non rischiano di essere forzati e trasformati nella loro personalità?
R. In una tradizione culturale che ignora la morte violenta di dodici milioni di bambini, fare una considerazione come la tua è sicuramente paradossale in quanto i tuoi genitori, insieme con i miei e con altri, hanno contribuito a servirci sul vassoio settanta milioni di morti «cresciuti» e dodici milioni di morti «bambini». In questo contesto, quando tu dici: «non credi di aver un po’ forzato…»… mi sembra una cosa paradossale. Però fa anche piacere questa sensibilità; intanto, io con i bambini non ho stabilito un rapporto ma credo che loro abbiano capito immediatamente che io ero uno di loro e quindi loro si sono trovati semplicemente a loro agio ed hanno fatto le cose che fanno sempre. Purtroppo loro non sono qua, ma se tu domandassi a loro… credo che non si siano neppure accorti di fare il film, tranne una volta che io gli ho chiesto di camminare a piedi nudi perché io da bambino non avevo le scarpe e allora… però dopo si divertivano… Non credo di aver forzato i bambini. Semmai una certa forzatura ho dovuto operarla sugli attori che come tu sai sono dei professionisti della bugia: con la scusa che devono simulare la verità mentono sempre. Io ho fatto in modo che loro tornassero ai loro gesti e ai loro sguardi primari: gli stessi sguardi che avrebbero avuto incontrando una persona o… così, mangiando una mela… Con i bambini mi sono trovato particolarmente bene, così come mi sono trovato bene con i personaggi. Nel film ci sono circa 86 personaggi due sono attori e gli altri 84 sono invece persone di Brescia.
D. Cos’è per Silvano Agosti la storia dell’umanità?
R. Non esiste una storia; esiste un confluire di infiniti destini verso un progetto, che secondo me è la conservazione della vita.
D. E la storia come grande menzogna?
R. Gli storici non sono capaci di raccontare l’insieme di questi destini comuni e dicono, per esempio, che Napoleone era un bravuomo perché… capito?… E allora non siamo d’accordo, non ci può essere accordo.
D. Ancora un film sul fascismo. Perché non occuparsi di guerre a noi più prossime, magari di quella che si sta svolgendo in Iugoslavia?
R. Andare a filmare in Iugoslavia adesso sarebbe per me un’operazione retrograda rispetto al film che ho fatto nel senso che… io sono stato a filmare anche situazioni molto drammatiche come, per esempio, quando in Grecia c’era Panagulis… io sono stato ad Atene, c’erano i Colonnelli e c’è stato un momento in cui mi cercavano quasi duemilacinquecento poliziotti. Filmavo questo documento che era tanto impressionante che anche la televisione svedese lo ha censurato e ha levato due scene che riteneva troppo forti emotivamente. io, però, non è che vada là dove c’è la guerra, o che mi metta a dormire nella mia macchina; se però una mattina mi sveglio, come mi è realmente capitato, e c’è un uomo che dorme nella mia macchina faccio in modo che lui ci stia quanto gli pare… (e infatti c’è rimasto 5 anni!). Del resto se lui va via non è che che io resti frustrato al punto di andargli dietro ecc. ecc…. se va via, va via…. fa parte della sua libertà. Quindi se domani la guerra dovesse venire qua, io che sono testimone di ciò che accade sicuramente trascuro qualsiasi finzione per filmare, ma non ho la competenza per andare a filmare la guerra in Iugoslavia.
D. Per la tua generazione cosa ha rappresentato la guerra?
R. Per la mia generazione la guerra era una cosa fantastica, era uno spettacolo straordinario: non capivamo che i morti erano degli ex-vivi… pensavamo che fossero un popolo come i tedeschi, gli inglesi, i turchi. Mi ricordo che quando andavamo a rubare l’alluminio sui treni, io una volta ho messo il piedino su un ferroviere morto e, sentendo il morbido della pancia, ho detto: «Però come sono gentili i morti: gli ho messo un piede sulla pancia e non ha detto niente…”. Quindi io vivevo così… non ho mai pensato che quando l’aereo si schiantava contro la montagna il pilota moriva. Noi andavamo a prendere i pezzi d’aereo ma non avevamo idea… Invece io, come si vede nel film, ho avuto un vero shock quando ho visto un passero morto in mezzo a quell’ospedale bombardato dove erano morti oltre ottanta bambini e io mi ero salvato perché ero nella portineria con una bambina che aveva gli orecchioni… non c’era posto… e attraversando tutti quei cadaveri io sono rimasto davvero shockato quando ho visto quel passero morto… Io ero abituato a vedere i passeri volare e vederlo lì per me fu uno shock terribile… Questo per dirti come è diverso il punto di vista e la sensibilità dei bambini. Nella scena del film è piuttosto esplicito questo fatto. in un certo senso lì è lui, il bambino, che “porta avanti” la vita degli altri bambini morti… Poco importa… Invece chi porta avanti la vita del passero? Nessuno, perché lui non è un uccello… E’ un bambino! In questo senso ti dicevo che per me la storia è questo confluire di destini verso un progetto misterioso di dare alla vita la propria caratteristica di eternità.
D. Per quale ragione gli adulti mentono?
R. Perché sono adulti!
D. E il buono del film, Crimen, mente come gli altri?
R. Crimen è anche uno che ha pagato con trentasette anni di manicomio criminale il fatto di non aver voluto dire dove fosse il corpo di sua moglie – è vera questa storia e realmente egli ha fatto trentasette anni di manicomio criminale -. Ma Crimen è uno che ha passato tutta la sua vita nell’immaginario, nel fantastico come fanno le mucche… Se voi osservate una vacca vedete che ha uno sguardo estremamente poetico che trascorre la sua vita nell’elementarità massima: è lì, guarda… Così uno che trascorre trentasette anni della propria vita in un manicomio criminale cosa fa se non immaginare continuamente? Quindi Crimen è come una specie di santo laico nel senso che lui è uno che la sa lunga; tanto è vero che avendo vissuto in modo così eterno il tempo, come è tipico di chi lo trascorre in una cella, lui lo eternizza per l’eternità… dice: “Io sento che adesso devo raggiungerti…” …C’è la moglie che lo aspetta lì da quarant’anni e si distende vicino a lei per l’eternità…. E’ lui che compie un atto che sa rà poi eterno. Io, ad esempio, mi commuovo sempre quando vedo quella scena di lui che va a morire perché c’è qualcosa di estremamente misterioso in quell’azione che non è repulsiva come il suicidio – Crimen non si suicida! -. E anche il sogno premonitore del bambino che lo vede morire prima che arrivino i suoi fratelli a dirgli che Crimen è morto… lui sa già… perché non è una morte, insomma… Il film dice che voi dovete essere felici perché non è una morte; nel film Crimen dice: “Voi dovete essere felici quando farò questo….”. Tanto è vero che il bambino è talmente felice che, nonostante la malattia e l’incubo del delirio (vede il mostro che gli dice: anche tu morirai!), si gira e vede l’immagine della zia nuda con in braccio l’infanzia e che nella sua ingenuità di bambino egli vede come la Madonna anche se si tratta di un’immagine di santità laica. Io sono molto interessato alla spiritualità laica, non gestita da una cultura confessionale.
D. Tu hai fatto un film in cui attacchi la non coerenza e la superficialità spirituale di molti cattolici…
R. T i riferisci al mio film plurisequestrato «Nel più alto dei cieli. Io in quel caso ho fatto un’operazione anatomica, purtroppo, non poetica… ma lo sapevo dall’inizio, nel senso che io facevo vedere ciò che di morto c’è nel dogma: quando una persona cede la propria coscienza ad un dogma è morta… E ciò che è morto è morto!
D. L’Italia è un paese cattolico?
R. L’Italia è un paese, come tu sai, mafioso sia in termini sociali, sia in termini spirituali. Il meccanismo che gestisce la logica della mafia in senso economico è lo stesso che gestisce la spiritualità. E’ come una specie di continuità mafiosa che parte dal dato economico e finisce nel dato emotivo e metafisico. C’è una ferocia assoluta nel trasformare il sentimento del mistero in una gestione religiosa di tipo confessionale… una ferocia assoluta come un ricatto mafioso. Voi sapete che oggi la mafia basa il proprio potere economico sull’eroina. E cosà è l’eroina se non un surrogato macabro del naturale desiderio di felicità che c’è nell’uomo? E cosa è la religiosità confessionale, se non un surrogato altrettanto macabro di una naturale pulsione dell’uomo verso il mistero. Questo per me … certo, io non voglio offendere nessuno…
D. E per chi volesse «salvarsi», quali strade suggerisci?
R. Intanto uno che ha il problema di salvarsi significa che già ritiene di essere in uno stato di grave pericolo. Non credo che uno che sta seduto sulla spiaggia abbia il problema di salvarsi; il problema di salvarsi ce l’ha uno che è in mezzo alla tempesta, in mare, e che non ha un appiglio… Grosso modo io mi sento di dire che una persona non deve essere in vendita, a nessun prezzo. Io spero che se uno ti dicesse: «Mi vendi il tuo cuore?» Tu dica «No». E l’altro: «Ma ti do mille miliardi…». E tu: «No». E ancora : «Ti do un milione di miliardi…». E tu allora cominci a pensare «Beh, forse con un milione di miliardi mi potrei fare un cuore artificiale…». Ecco, quel pensiero è già un pensiero perverso… il pensiero che si possa perdere la propria vita. Quindi se uno non ha la capacità di pensare che questo è un modo perverso, non ha neanche il problema di salvarsi perché è già salvo.
D. Se il concetto fondamentale del tuo film è che tutto è menzogna (la storia è menzogna, gli adulti sono… menzogna e il loro mondo è una menzogna continua) cosa rimane? Forse la verità della menzogna?
R. Ogni nascita umana o di qualsiasi emozione è una verità. Se però tu guardi una persona, ti piace e vuoi toccarla… questo desiderio è vero; però tu sei abituato a dare a quella persona del Lei, sai che ha un’altra età ecc. ecc… non dai una risposta, non dai vita a questa tua necessità e, invece di toccarla, gli dici: «Ma a te piacciono i film di…». In quel momento tu menti in modo spudorato e sei responsabile della tua menzogna. E’ in questo senso che io dico che noi viviamo in una cultura della menzogna.
D. Che esista una eventuale responsabilità è scontato. Mi interesserebbe sapere se, secondo il tuo pensiero, si tratta di una responsabilità diretta oppure condizionata?
R. Ognuno è personalmente responsabile non solo del fatto che egli mente ma anche di tutte le menzogne che vengono dette. La responsabilità è personale e molto grande. Tutti noi sappiamo esattamente quando stiamo mentendo, se abbiamo mentito o se continuiamo a mentire. Una volta, a Bassano del Grappa, mi trovavo in un cinema per presentare un mio film. Ad un certo momento un ragazzo – ce n’erano tantissimi – si alzò e disse: «Io sono contrario a qualsiasi forma di violenza!». Io dissi: «E’ falso, non è vero che tu sei contrario…». E lui: «No, io sono contrario». «E’ falso – dissi – ed io te lo proverò!». «Va bene, prova…». Allora lo feci venire vicino a me e con la mia mano gli coprii il naso e la bocca… Lui che aveva dell’orgoglio un po’ scioccarello resisteva tanto che io pensavo: “Io questo qui lo ammazzo… se fa il cretino… io tengo!”. Quando però lui senti che veramente stava morendo mi dette un colpo talmente forte da scaraventarmi a tre metri di distanza… E allora vedi che ad un certo punto, di fronte alla necessità di vivere, tu scegli qualsiasi cosa.
D. E una persona che per difendere un ideale accetta anche il pensiero di morire?
R. E’ uno psicopatico uno che si fa ammazzare… E’ una persona gravemente tarata.
D. E chi rischia la propria vita, è diverso?
R. No.. tutti rischiamo la nostra vita…
D. E chi espone volontariamente, per un ideale o per qualcosa creduto importante, la propria vita a consistenti rischi di morte? A proposito di guerra cosa pensi dei movimenti popolari in generale? A proposito delle vicende umane narrate nel tuo film, quali valori individui nella nostra Resistenza?
R. Non ti vorrei deludere, ma chi ha preso le armi durante la resistenza, almeno nella stragrande maggioranza, diceva: «Piuttosto che morire al fronte è meglio morire a casa mia!». in seconda istanza, la resistenza è nata dopo la caduta di Mussolini; prima della caduta di Mussolini non c’è stata nessuna resistenza… Quando un regime perde, come per esempio negli altri paesi dell’Europa, non gli viene perdonato di perdere e, allora, nasce la ferocia. E poi nasce il mito. A te hanno raccontato che erano eroi e che davano la vita… E’ assolutamente falso… Certo, c’erano anche degli straordinari esseri umani che però già da prima, dalle origini, erano stati carcerati, torturati… cioè, in pratica, continuavano la loro coerente azione. Ma nel mio film c’è anche quel povero diavolo che prima è un gerarca fascista e poi viene con il fazzoletto verde del democristiano a fare il partigiano… Questa è l’origine vera, questo è stato il camuffamento. Anche perché, se avessero fatto la Resistenza tutti quelli che dic ono di averla fatta, ci sarebbe da chiedersi chi era fascista e contro chi combatteva. Mentre un mese prima erano tutti fascisti… Le stesse persone che ai miei fratelli avevano regalato i vestitini dicevano che avevano sempre combattuto… E’ un modo spudorato… Io ho visto l’altro giorno un’intervista che mi ha fatto veramente piangere il cuore… Un’intervista di Lama… Lama, il senatore, ha detto: «Il partito comunista, non solo l’avrei bandito, ma l’avrei soppresso!» Proprio lui che era un convinto comunista fino ad un anno fa…. quindi questa miseria morale. Tutti i nostri padri erano fascisti e molti lo sono ancora, ma lo erano per ragioni diverse: c’era chi pensava che Mussolini, essendo un socialista, tentasse di realizzare il socialismo reale; c’era chi diceva: «In fondo questi qua ci danno da mangiare…» e poi c’era chi era fascista per opportunismo.
D. Nel film la figura della donna appare forse meno menzognera rispetto all’uomo. E’ così anche nella realtà?
R. Quando nel film la madre dice al padre «L’hai trovata?» lei sa benissimo dov’è la figlia. Lì c’è un modo diverso di mentire: la madre mente in senso progressista e il padre in senso reazionario: il padre mente perché ha paura e la madre mente perché dice: «Va beh, questa ragazza ormai è grandicella: è normale che faccia certe cose…» Mentono tutti e due. Facendo un esempio più vicino a noi è facile capire che se una ragazza dicesse a sua madre: «Sai, ho incontrato un ragazzo molto simpatico e vado a fare un giro con lui nei campi». Molto probabilmente la mamma risponderebbe: «No, stai lì!» Se invece la stessa ragazza dicesse a sua madre: «Vado a studiare da Emilia…» Lei – la madre – saprebbe benissimo che la ragazza andrà tra i campi con il ragazzo, ma preferisce non sentire… Oppure il marito alla moglie che invece di dire prendi il sale le dice «Hai visto il sale?» oppure «Dov’è il sale?»… a pranzo… sarà capitato. Ma perché un marito che è un essere umano non dice: «Portami il sale!»? La risposta è che dopo trent’anni che un essere umano dice ad un altro essere umano: «portami il sale», l’altro essere umano può dirgli: «Senti un po’: io sono trent’anni che ti porto il sale! adesso prenditelo da solo!». Se invece lui dice: «Hai visto il sale?» o «Dov’è il sale?», l’altro essere umano gli dice… ma lui può rispondere: «Si, ma guarda che io non ti ho mai chiesto niente, ti ho solo chiesto dov’era il sale!» Capito…? La menzogna… Non è mica che il marito sia cattivo; è che lui è scolpito nella menzogna… è questa la cultura corrente, cioè: tu sei la donna e devi andare a prendere il sale, io sono l’uomo e devo stare seduto. Questi sono i ruoli! Lui si sentirebbe persino menomato ad alzarsi a prendere il sale non sapendo che invece sarebbe la cosa più bella che potesse fare.
D. Il film vuol comunicare anche la bellezza dell’infanzia invitando a tornare, in qualche maniera, ad essere dei bambini?
R. Con gli adulti non parlo. Come non parlavo con loro da bambino, non ci parlo nemmeno adesso. Il film io lo faccio per quelli che hanno bisogno di sentire che stanno vivendo un percorso vero. C’è molta gente nell’oscurità della sala che dice: «Questo è ciò che penso io!» e allora la stessa gente ne trae un conforto reale… A me però non importa niente di redimere ciò che è irredimibile: uno che fa il funzionario, il padre, il marito… Cosa vuoi che vada a dirgli io? …. Io non gli parlo!
D. Potresti essere paragonato a Peter Pan?
R. Sì, certo, abbiamo la diversità che lui volava davvero, invece io volo con la mia mente e vado, tutti i giorni (consiglio anche a voi questa pratica a cui io ricorro dall’adolescenza) con l’immaginazione a farmi un giro dell’universo. Nell’ultimo romanzo che ho scritto e che si chiama «La ragion pura», il libro finisce proprio con questo giro oltre le porte di Urano e… Io mi immagino: parto, poi la luna, il sole… vado, vado, vado lontano, lontano… C’è un senso fantastico di presa di possesso dell’universo. Questo senso di immaginazione è un patrimonio!
D. Ti senti più adulto o bambino?
R. Io non mi sono mai sentito un adulto e sarei un deficiente a sentirmi bambino. Io sono un uomo… però è come se tu dicessi ad un albero: «Ti senti più seme, più arboscello o più albero?» Lui ti dice: «Ma cosa stai dicendo, io sono un albero!» «Vuoi saper… Sì, sono il derivato di un seme!» Ma se tu domandi ad un palo, lui non ti può più rispondere.
D. Tu, tra le righe, hai detto che gli adulti sono «persone morte»…
R. Infatti, il palo io lo paragono ad un adulto. Ad un palo: «Ma tu derivi da un seme oppure…?» Niente, il palo tace e poi non dirà niente perché non ha radici. è piantato. Poi… ci sono dei miracoli! Ci sono dei pali della luce che hanno fatto venir fuori delle foglie certe volte… Io li ho visti!” Io li ho visti davvero… dei pali della luce con delle gemme… si vede che si era… Non lo so: un vero miracolo!
D. Perché si sceglie di stare ai margini del cinema come hai fatto tu?
R. Io non so se sarebbe esatto… Mettiamo che tu sai che questo è un campo minato… Tu allora cammini fuori dal campo. E uno ti dice: «Come mai hai scelto di camminare fuori dal campo?» E tu gli dici: «E’ naturale… se vado lì esplode!»
D. Ma il cinema è un campo minato?
R. Il cinema industriale è esattamente come le sabbie mobili: più tu entri, più ti ingoia; mentre se tu stai fuori…
D. Chi è stato ingoiato dal cinema?
R. Tutti, quasi tutti meno alcuni. Ad esempio Bergman; per esempio Fellini che è un tipico esempio di una persona stritolata dall’industria del cinema: un uomo di grandissimo talento che fa dei film di una mediocrità assoluta. Non è, stiamo attenti, una questione di età perché Verdi ha scelto il Faust a ottant’anni e Fellini non ha ancora ottant’anni… Però ha fatto «La voce della luna» che è un film che se non l’avesse fatto lui… i critici l’avrebbero fatto ricoverare! E invece c’erano delle pagine grandi “così” con scritto che era un capolavoro…
D. Un’ultima domanda: si era più felici quarant’anni fa oppure adesso? E la giovinezza… Era più facile essere giovani a quei tempi?
R. Le infanzie sono tutte uguali…
D. Oggi i sociologi parlano di un malessere profondo e diffuso che attraversa tutta la generazione giovanile…
R. Trenta o quarant’anni fa il malessere era ancora più feroce!
D. Forse i giovani di allora avevano meno dubbi su cosa fare nella vita?
R. No… Nessuno sapeva cosa fare. Io, per esempio, sono scappato istintivamente da Brescia; sono scappato via perché era ed è una città di banche e preti per cui non c’era il minimo spazio per la vita… proprio non c’era! Tanto è vero che io ricordo il senso di afa profonda per la mediocrità della vita che si svolgeva lì tutti i giorni… non c’è mai stato un posto di dignità. Non c’era allora e non c’è adesso! Però i giovani oggi possono benissimo fare come le rondini che quando hanno imparato a volare se ne vanno via. Voi giovani, se volete veramente amare le persone che vi hanno procreato, ve ne dovete andare: ognuno nel continente della propria autonomia, pagandovi da mangiare, pagandovi da dormire con un lavoro di un ora, due ore al giorno… allora comincerete a sentire come è diversa la musicalità del vivere…
D. E’ solo un luogo comune dire che un tempo era meglio…?
R. E’ assolutamente falso. Fa parte di una retorica estremamente fascista: vuol dire che il passato era meglio. A parte il fatto che il passato è una burla perché non c’è: ciò che noi viviamo è il presente; anche nel mio film ho cercato di rendere evidente questa osmosi per cui all’inizio non capisce… Quando poi si è ormai abituato a percepire il passato, scopre che in realtà era il presente.