Tiziano Terzani: “Una guerra a cui non ero abituato… … era la guerra dei sessi, combattuta in una direzione soltanto: le donne contro gli uomini.”

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Quando stavo a New York la città non era ancora stata ferita dall’ orribile attacco dell’ 11 settembre e le Torri gemelle spiccavano snelle e potenti nel panorama di Downtown, ma non per questo, anche allora, l’ America era un Paese in pace con se stesso e col resto del mondo. Da più di mezzo secolo gli americani, pur non avendo mai dovuto combattere a casa loro, non hanno smesso di sentirsi, e spesso di essere, in guerra con qualcuno: prima col comunismo, con Mao, con i guerriglieri in Asia e i rivoluzionari in America Latina; poi con Saddam Hussein e ora con Osama bin Laden e il fondamentalismo islamico. Mai in pace. Sempre a lancia in resta. Ricchi e potenti, ma inquieti e continuamente insoddisfatti.
Un giorno, nel New York Times mi colpì la notizia di uno studio fatto dalla London School of Economics sulla felicità nel mondo. I risultati erano curiosi: uno dei Paesi più poveri, il Bangladesh, risultava essere il più felice. L’ India era al quinto posto. Gli Stati Uniti al quarantaseiesimo!



 

A volte avevo l’ impressione che a goderci la bellezza di New York eravamo davvero in pochi. A parte me, che avevo solo da camminare, e qualche mendicante intento a discutere col vento, tutti gli altri che vedevo mi parevano solo impegnati a sopravvivere, a non farsi schiacciare da qualcosa o da qualcuno. Sempre in guerra: una qualche guerra.

Una guerra a cui non ero abituato, essendo vissuto per più di venticinque anni in Asia, era la guerra dei sessi, combattuta in una direzione soltanto: le donne contro gli uomini. Seduto ai piedi di un grande albero a Central Park, le stavo a guardare. Le donne: sane, dure, sicure di sé, robotiche. Prima passavano sudate, a fare il loro jogging quotidiano in tenute attillatissime, provocanti, con i capelli a coda di cavallo; più tardi passavano vestite in uniforme da ufficio – tailleur nero, scarpe nere, borsa nera con il computer – i capelli ancora umidi di doccia, sciolti. Belle e gelide, anche fisicamente arroganti e sprezzanti. Tutto quello che la mia generazione considerava «femminile» è scomparso, volutamente cancellato da questa nuova, perversa idea di eliminare le differenze, di rendere tutti uguali e fare delle donne delle brutte copie degli uomini.

 


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AL DI LA’ DELLE NUVOLE…. ;-)

“Ma noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’é un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima, fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa che nessuno vedrà mai.”
Michelangelo Antonioni

Senza paura di affermare un paradosso, posso dire di essermi a tratti spazientito durante la proiezione di “Al di là delle nuvole”, ed allo stesso tempo di avere amato questo film profondamente. O forse più precisamente credo di amare con tutto me stesso Antonioni ed il suo cinema.
Antonioni ci mette sempre alla prova. Come i grandi poeti, penso specificatamente ad Eliot, egli pone lo spettatore e in particolar modo lo spettatore critico, di fronte ai limiti della propria intelligenza, i quali sono spesso l’effetto di una cultura che pone sopra ogni altra qualità quella della comprensione celebrale, di un eccessivo intellettualismo che altro non è che il letargo di altre e superiori forme di comprensione, di intelligenza appunto. Non a caso, Tonino Guerra dice che in questo film c’è “un soffio orientale”.
Dunque penso che i film di Antonioni non vadano capiti. Alcune cose non si possono capire, non si può in tutta onestà tirare delle somme, costruire delle equazioni. Quello che si può fare, quello che Antonioni stesso ci invita a fare è di sentire, di ascoltare, di comprendere nel silenzio della nostra mente. E se si riesce ad acquietare quella parte di noi che vuole sempre capire, se si riesce a vincere la paura di essere passivi, e dunque si accetta di essere contemplativi, vedere un film di Antonioni, può diventare un’esperienza spirituale, può lasciare un solco nel nostro percorso.
Quello che emerge dalle immagini che Antonioni tratta come un pittore astratto, è l’essenza di un sentimento. Non vi è alcun tipo di considerazione psicologica dei personaggi, le cose accadono, irrealisticamente, senza un senso drammaturgico apparente. Non c’è spiegazione dei perché. Non c’è un senso. Osservi una scena d’amore nella quale tutto quello che succede non ha nulla o poco a che fare con la realtà, ma quello che senti è l’esatta sensazione dell’amore, l’essenza stessa dell’amore. Come dice Tonino Guerra: “Michelangelo è sempre a un metro sopra della realtà.”

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IO NON HO PAURA…

io non ho paura.. non me ne frega un cazzo delle conseguenze, ma se è vero che devo vivere per forza vivo come dico io.. Io non ho paura, io non ho superiori, gente da cui prendere i comandi, le mie scelte le prendo da me e subisco le mie conseguenze. Ho imparato che per essere qualcuno devi solo essere in pace con te stesso. Il resto, quel che succede attorno a te, è qualcosa di più grande e non sempre ti è consentito dominarlo. Attorno c’è la vita con tutte le sue incognite, le sue prove, ma anche promesse inattese che ci sono e che attendono che il nostro sguardo riesca a guardare oltre le nubi! Ed è questa cosa che col tempo ho con fatica imparato che credo di voler insegnare anche a mio figlio. 😉

“Quando la casta si incazza…” – di Massimo Bonaventura

“Il potere logora chi non ce l’ha”, diceva il divo Giulio., anche se con questa frase ormai celebre intendeva riferirsi all’invidia che il potere suscita in coloro che non lo detengono.

Ma c’è un’altra faccia del “potere che logora chi….”, che vien fuori quando qualcuno esprime delle opinioni pungenti su un appartenente alla casta (qualunque essa sia, politica, giudiziaria, televisiva etc), facendolo incazzare. Se poi l’incauto critico, pur non avendo offeso nessuno, appartiene ad una piccola ma determinata testata on line, le cose si mettono male.

Questo è ciò che sembra essere accaduto ai redattori del “Legno Storto”, web-quotidiano che ha pestato i calli a nientepopòdimenoche il Dr. Palamara (ANM) e Piercamillo Davigo. La vicenda ha attratto la mia attenzione già qualche giorno fa, quando ho letto un brano di una lettera diffusa da Antonio Passaniti e Marco Cavallotti, titolari della testata, i quali segnalavano:

il nostro giornale sta correndo il pericolo di essere chiuso. Negli purchase prozac online ultimi tempi, infatti, ben due magistrati, cioè il dr. Luigi Palamara e il dr. Pier Camillo Davigo, ci hanno querelato. Per l’esattezza la Procura di Roma ci ha comunicato (attraverso il quotidiano la Repubblica, divenuto ormai il “postino” e il “megafono” delle procure) che ha aperto un fascicolo per le minacce che noi avremmo formulato con questo articolo nei confronti del dr. Palamara. Giorni fa abbiamo poi ricevuto una citazione dal dr. Davigo che ci chiede 100.000 € per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa per quest’altro articolo , pubblicato da noi il 21 giugno 2009.

Per completare il quadro di quella che a noi pare una manovra per farci fuori dalla rete, circa due mesi fa abbiamo ricevuto un’altra querela dal sindaco di Montalto di Castro – Salvatore Carai del Partito Democratico – che si è sentito diffamato da questo articolo che abbiamo pubblicato su il 27 ottobre 2009. Al di là di ogni considerazione sul merito degli articoli, che agli occhi di chiunque li legga senza volontà punitive riterrebbe duri, certo, ma sempre nell’ambito del diritto di critica, la cosa che lascia esterrefatti è la rapidità con la quale sono state notificate le querele e/o l’avvio di indagini, quando si tratta di magistrati. Una denuncia per diffamazione di un qualunque cittadino verso qualcuno che non appartenga alla casta della magistratura, in Italia, impiegherebbe sicuramente anni per giungere a destinazione. Noi invece siamo chiamati a giudizio (querela del dr. Davigo) il prossimo 28 luglio per un articolo pubblicato il 21 giugno 2009. La giustizia insomma, quando vuole – cioè quando si tratta di uno di “loro” – dà prova di grande celerità ed efficienza: poco più di un anno. Nell’atto di notifica del dr. Davigo c’è applicata un’etichetta con la scritta: “Urgente”. Chiaro il concetto: visto che si tratta di un “pezzo da novanta” della casta (la citazione del dr. Davigo comincia così: «L’odierno attore, attualmente in servizio presso la II sezione della Suprema Corte di Cassazione in qualità di Consigliere…») la giustizia deve fare il suo corso in tempi rapidissimi…“.

E ancora: “Da domani il Web potrà avere una voce libera e liberale in meno, e l’ordine regnerà ancor più indisturbato intorno a una Magistratura che non ammette critiche. È una sconfitta per noi, certo, ma è anche un colpo per tutti coloro che ritengono sacrosanta la raccomandazione di Voltaire: battersi per consentire, a chi la pensa diversamente da noi, di esprimere liberamente la propria opinione. Oggi gran parte della magistratura combatte, non applica la legge, in omaggio al principio etico-politico che spetta ai magistrati il compito di raddrizzare il Legno Storto dell’umanità“.

No comment, ma sull’argomento ci torneremo. Il Legno Storto è una voce sicuramente “non allineata”, e se ha subito chiarissime intimidazioni è il caso di continuarne a parlare……

[Fonte adiantum.it]

Buongiorno!

La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo occupati in altri progetti.

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Corto vincitore al Concorso Corto Moak IV Edizione 2009 Winner short film at Corto Moak IV Edition 2009


La nostra cultura ha perso il Padre, e non può più crescere

Siamo una società di eterni figli, in accontentabili, viziati, incapaci di trovare un Senso e un Logos nell’esistenza, di definirci attraverso limiti e non soltanto bisogni.

Dalla nostra società è scomparso il Padre: ma non solo il ruolo, la figura familiare, il genitore di sesso maschile.

E’ scomparso pure quello, se vogliamo, ma soprattutto è scomparso dalla nostra coscienza, dalla nostra psiche più profonda. E non va identificato solo con la mera figura familiare, o, peggio ancora, con il figlio di mamma violento, prepotente, viziato, che quando si sposa pretende di restare il bambino inaccontentabile reso tale da una “mamma” sempre a disposizione, e che pretende di trovare nella compagna solo una persona che, con le buone o le cattive, lo accontenti e non gli imponga confronti.

I nostri figli vengono fagocitati sempre più dai desideri, dai nostri o dai propri poco importa, e non riescono a trovare più limiti che diano loro stima di sé stessi e senso al proprio esistere nella diversità e nella responsabilità delle proprie scelte.

Gli stessi figli vengono ridotti a optional del passatempo, e buttati in un cassonetto se considerati un peso, un ostacolo, o anche i testimoni di una vita non goduta: la madre figlicida è sempre considerata incapace di intendere e volere, al contrario del padre figlicida che viene sempre considerato colpevole perchè capace di intendere e volere, proprio perché il figlio è considerato sempre più una cosa destinata solo ad allietare e gratificare un’esistenza.

Abbiamo perso la capacità di ascoltare il Padre che è dentro di noi.

Il Padre è una figura fondamentale, presente, come lo è quella della Madre, archetipicamente nella psiche di tutti, una figura che ci guida nel mondo mediante regole senza le quali siamo perse, che ci dà la capacità di elaborare il dolore, che ci dà stima e forza in noi stessi, e ci regala la voglia, e la possibilità, di guardare in alto, e oltre, alla ricerca di nuovi domini e nuove dimensioni da affrontare.

La nostra cultura ha perso il Padre, e non può più crescere: siamo destinati a restare una società di eterni bambini, sempre indecisi fra una merendina e un videogioco, incapaci di andare oltre e affrontare l’esistenza dalla porta dell’esistenza e non dal video del reality show o dell’ultimo videofonino acquistato.

[Fonte http://www.giannifurlanetto.it/wp-admin/post.php?post=213&action=edit]

L’universo di dolore che si agita dietro una separazione

NEL SEGNO DEL PADRE

C’è una stella lassù in cielo, sembra una bambina e brilla nella notte come una luce bionda.

Ha gli occhi verdi, sgranati a guardare il mondo: Matrix la guarda, e poi mi dice che quella stella ci sorride mentre parliamo di lei.

Sono due ore che Matrix mi sta parlando di questa stella, e sono due ore che a stento io riesco a trattenermi.

E intanto Matrix la cerca sempre, con lo sguardo, come fosse davvero viva, oltre che palpitante.

La luce della notte è una luce quasi insolita, per me, vista passeggiando intorno casa mia, mentre l’aria di Roma – un lievissimo venticello clemente che ancora non porta odori umidi e tristi di autunno – ci lascia indulgere nella nostra passeggiata serale.

E’ sabato sera, e nel pomeriggio non ho lavorato, ovviamente.

La mattina ho fatto due o tre visite, fra cui Pollo Solimano, e poi la bellissima e depressa M.V.

Poi aveva telefonato Matrix, e avevamo combinato di vederci nella sera.

Matrix ha un suo nome e cognome, ovviamente: deve comunque il suo soprannome al fatto che ci conoscemmo all’uscita del film omonimo.

Lui era con la sua nuova compagna, io con uno dei miei figli: ci mettemmo per caso a parlare del film, e poi di figli.

Lui aveva letto qualcuno dei miei articoli sull’argomento (sono su riviste specialistiche), e quando si rese conto che io ero l’autore di quegli scritti, mi parlò della sua tragedia. Matrix non vede sua figlia da tanto tempo: e per questo lui, quando parla con qualcuno della figlia, ed è notte, cerca sempre una stella, e dice che quella è sua figlia.

La figlia è ovviamente figlia ora di una guerra senza luce e senza pietà, ammesso che le guerre possano albergare in sé luci e pietà, ed è il frutto di un matrimonio iniziato e terminato nel giro di pochi anni circa.Da quando Matrix si è lasciato con la moglie, è iniziata nel giro di pochi mesi, una guerra ignobile e terribile, che alla fine ha portato allo stravolgimento di qualsiasi rapporto tra lui e l’ex moglie, e alla sottrazione della piccola V., che da anni vive in una località che Matrix non conosce e a cui viene impedito di vedere il padre pur se una regolare sentenza gliene dà ampia possibilità.

Guarda il cielo di Roma, Matrix, adesso, e dice che sua figlia è una stella che prima o poi lui rivedrà vicino a sé, e intanto racconta di come in questi anni lui abbia passato tutte le sfumature della disperazione umana, di cui ti sa raccontare ogni angolo e ogni respiro.

Racconta particolari che non posso nemmeno citare, e sopra tutto, Matrix racconta la folle crudeltà di un sistema che attraverso la “giustizia” riesce a creare solo dolore e ingiustizia.

La voce con cui Matrix racconta tutto questo è una voce che sembra solo sfiorare le cose umane, una voce che ormai sembra lontana e carezzevole: ha perso una figlia e ha trovato una stella, dice lui, e parla come se lui ormai vivesse su quella stella: una stella bionda come era sua figlia, e dagli occhi verdi.

Quando ti strappano una figlia e ti impediscono di vederla hai due sole strade, dice.

O impazzisci e fai una strage, o trasfiguri tutto in un mondo dove tutto questo crei un senso alla perdita che vivi.

Il fatto che una figlia strappata sia anche una figlia viva, e che sia stata strappata dalla cattiveria della gente, una cattiveria aiutata da un sistema folle come quello che nei nostri paesi dovrebbe garantire per prima cosa “giustizia” ai bambini, e invece la prima cosa che regala loro è il conflitto e le relative tragedie, il fatto – dicevo – che sia la cattiveria umana a toglierti una figlia, per un verso regala innegabilmente la speranza di rivederla, mentre per l’altro verso racconta alla propria rabbia l’irriducibilità di sé stessa, la terribile sfida di doversi fare una ragione di un odio terribile che non si può non provare ma che, per sopravvivere e per sperare di non distruggere ancora di più la figlia, non si può che cancellare.

Matrix è il limpido, luminoso esempio di come una coscienza umana possa creare una dimensione capace di trasfigurare in speranze e creazioni i propri limiti, le proprie distruttività, i propri errori e orrori: in quella stella bionda e dagli occhi sgranati e verdi ci sono dunque per tutti noi i segni di quelle creazioni che abbiamo dimenticato, e che portiamo chiusi in fondo al nostro cuore.

Matrix non è il solo padre in queste condizioni: e non è nemmeno il solo genitore. Ce ne sono tanti, che a causa di una logica folle, che coinvolge un intero sistema che dovrebbe tutelare gli affetti e invece li distrugge, hanno perso ogni contatto con i propri figli.

Casi nei quali si mostra tutta la paradossalità della nostra cultura – una cultura che vive nella logica di identificare nelle separazioni e nel conflitto la soluzione ai conflitti e alle separazioni.

La nostra – in altri termini – è una cultura che considera normale (ma normale per chi? E dove? viene da chiedersi) il fare la guerra contro la guerra, o combattere la violenza con altre violenze: una logica della contrapposizione che implica solo la contrapposizione e la scissione come soluzioni alle contrapposizioni e alle scissioni, e non punta mai ad accrescere e integrare ciò che appare separato e in conflitto (laddove tutto però, come dice Humberto Maturana, è una distinzione posta da un osservatore ad un altro osservatore, che può essere egli stesso http://www.matriztica.org e http://www.oikos.org/matit.htm ).

Ci sono figli che, in seguito alle lotte fra i genitori, vengono portati per sempre in altri stati: al 2004, il Ministero della Giustizia aveva in carico oltre milleeduecento casi del genere: bambini letteralmente rapiti ad un loro genitore, un genitore che oggi forse loro stessi non conoscono e non ricordano più, e che vivono all’estero, in terre assolutamente lontane.

Moltissimi i bambini italiani cui viene reso impossibile per anni incontrare uno dei due genitori.

Alcuni, come la piccola Valentina Cori, sono persino segnalati dalla Polizia di Stato nel suo sito tra i bambini sottratti (ciccando su questo link sarete diretti proprio alla pagina del sito della P.S. dedicata a Valentina CORI , il cui papà Enrico, altro mio carissimo amico ha creato un sito (www.valentinacori.it ) per poter parlare alla figlia scomparsa, sperando che qualcuno la veda. Valentina, assume la Polizia di Stato, si troverebbe in Sicilia, verosimilmente sottratta dalla madre. Di tutti questi poveri bambini, vittime di guerre folli, si occupano alcune associazioni di genitori come www.figlinegati.it e “ Figli sottratti” (dove si leggono storie realmente tragiche di bambini sottratti all’estero) o, anche, “Papà Separati”, che sono, insieme ad un altro paio, fra le più credibili e quotate.

Ma il vasto panorama delle associazioni di genitori separati – le sigle sono tante, e vorrei dire: troppe- indica che anche qua la separazione rimane la chiave paradossale con cui, cercando di affrontare un problema, lo si esaspera:

-Gli stessi padri separati spesso sono ragazzini che riescono solo a separarsi fra loro perché ognuno vuole comandare e se non ci riesce si separa…- dice Matrix, mentre guarda quella stella e sembra inghiottire, con questa frase, un altro dispiacere.

– Dove pensi che sia Flavia, ora?- gli chiedo.

Non mi risponde subito, Matrix, perché prima guarda in cielo, e poi la strada.

Ma stasera noi siamo la strada, la notte, il vento, e lui non riesce a sottrarsi dunque al proprio sguardo:

-Forse è in Italia, forse l’hanno portata … ma tu non scriverlo, questo, nel post…-

Matrix, cosa manca a tutto questo, per permettere tutto questo?

-Siamo una cultura che vive di leggi e sentenze, ma nessuno di noi vuole rispettarne davvero una, se non è quella che gli conviene. I giudici fanno i processi per stabilire a chi va affidata mia figlia, ma se poi la madre la rapisce e la porta via, nessuno si muove per ridarmela, tantomeno per condannarla.

Matrix ha ragione: impedire ad un figlio di vedere l’altro genitore è un comportamento che con estrema rarità comporta delle condanne.

Il reato, se viene ravvisato, non integra mai quello che in realtà accade, vale a dire una lesione profondissima dell’equilibrio di un bambino che sarà sempre un adulto amputato: se qualcuno si muove, e questo “se” il più delle volte rimane tale, il capo di incriminazione è un’elusione dell’ordine del giudice.

E con questo il Codice Penale, e la magistratura intera, chiudono i loro conti e conticini, ignorando cioè che quel bambino subisce un abuso emozionale che lascerà feroci segni nel suo cuore.

Al contrario, il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento, implica una violazione degli obblighi di assistenza familiare: per il nostro codice e la nostra magistratura, dunque, si accudisce un bambino solo dando i soldi.

Poi, si può pure sparire, o fargli sparire un genitore, e non si commette reato.

Sono tragedie disumane, queste, e ogni volta che un bambino è costretto a perdere un genitore muore un mondo.

Ma noi viviamo in una cultura che non solo è indifferente a questo, ma che addirittura ne trae profitto: il contenzioso per l’affido dei figli genera decine di milioni di euro l’anno, e nessuno vuole rinunciarci: né le lobby professionali, né coloro che traggono altri profitti, più o meno indiretti, da tutto questo.

Ci sono intere categorie che traggono potere e denaro dal permanere di questo clima di continua conflittualità nella nostra società.

Non parlo solo degli avvocati: ma anche di chi si occupa di assistenza sociale, chi si occupa di perizie, chi ha case famiglie dove ospitare i bambini vittime del disagio genitoriale.

Sono in tanti a guadagnare dalle tragedie che triturano il cuore dei bambini.

-Non ci si può lamentare che siamo un paese in cui tra mafia e lobby politiche, si tenta sempre di sottomettere la giustizia e le leggi ai nostri interessi personali: lo impariamo da bambini- dice Matrix. E prosegue:

– I figli dei genitori separati sanno benissimo che se la mamma (o il papà, molto più raramente) se ne strafottono delle sentenze del giudice, non succede niente. Sono le mamme, in questi casi, che comandano, non i giudici. O i papà, quando ci si mettono loro a strappare le sentenze: meglio, a “vanificarle”.

La “vanificazione della sentenza” è infatti il termine, letteralmente inventato, con cui un giudice del Tribunale di Roma, la dr.ssa *******o, giustificò pienamente il comportamento di una madre che per anni aveva sempre evaso l’obbligo di salvaguardare i rapporti fra le figlie e il padre, e impedito loro di incontrarlo regolarmente.

La sentenza d’Appello risultò “vanificata di fatto”, e quel giudice dunque chiuse così ogni ipotesi e speranza che una sentenza debba davvero essere osservata, perché ritenne naturale, e non colpevole, che si potesse evaderla per anni, insegnando a tre bambine che il padre, che nulla aveva fatto, era persona da detestare.

In questi casi, dunque, la Polizia è impotente, il giudice se ne lava le mani, o, peggio, avvalla negli anni l’inosservanza delle sentenze, che addirittura legittima definendole “vanificate di fatto”, e i figli crescono naturalmente, e inappellabilmente, con la certezze che le sentenze non contano, e si possono “vanificare”, se non ci piacciono. Mia figlia questo lo sa molto bene, e lo sanno i figli di tutti noi separati. Come fa la magistratura a lamentarsi della capacità mafiosa di tutta una cultura, di tutto un popolo, di tutta una maggioranza politica, e cioè la capacità di fregarsene di leggi e sentenze, e, se non piacciono i giudici, di strappar loro i processi, se lascia che i nostri figli crescano proprio in questa cultura dell’evasione del Diritto?-

Cosa manca, Matrix, alla nostra società?

Manca il Padre, Gaetano, mi risponde. Lo sai, lo sai meglio di me. Manca un Padre interno, manca la capacità di crescere e di non essere figli in accontentabili e privi di regole.

Siamo una società di eterni figli, in accontentabili, viziati, incapaci di trovare un Senso e un Logos nell’esistenza, di definirci attraverso limiti e non soltanto bisogni.

Ha ragione Matrix: dalla nostra società è scomparso il Padre: ma non solo il ruolo, la figura familiare, il genitore di sesso maschile.

E’ scomparso pure quello, se vogliamo, ma soprattutto è scomparso dalla nostra coscienza, dalla nostra psiche più profonda. E non va identificato solo con la mera figura familiare, o, peggio ancora, con il figlio di mamma violento, prepotente, viziato, che quando si sposa pretende di restare il bambino inaccontentabile reso tale da una “mamma” sempre a disposizione, e che pretende di trovare nella compagna solo una persona che, con le buone o le cattive, lo accontenti e non gli imponga confronti.

I nostri figli vengono fagocitati sempre più dai desideri, dai nostri o dai propri poco importa, e non riescono a trovare più limiti che diano loro stima di sé stessi e senso al proprio esistere nella diversità e nella responsabilità delle proprie scelte.

Gli stessi figli vengono ridotti a optional del passatempo, e buttati in un cassonetto se considerati un peso, un ostacolo, o anche i testimoni di una vita non goduta: la madre figlicida è sempre considerata incapace di intendere e volere, al contrario del padre figlicida che viene sempre considerato colpevole perchè capace di intendere e volere, proprio perché il figlio è considerato sempre più una cosa destinata solo ad allietare e gratificare un’esistenza.

-Attento a scriverle, queste cose- mi avverte Matrix. Sai benissimo che sono impopolari.

Si, è vero, Matrix, ma tu sei il mio amico di tanti anni, e abbiamo combattuto insieme un bel po’ di battaglie, e lo sai che io scrivo sempre quello che sento, e che sento vero… e questa sera l’incontro con te mi ha suscitato proprio queste riflessioni, e io, che sono abituato a scrivere nei miei post esattamente quello che più sento come mio, oggi parlerò proprio di questo: abbiamo perso la capacità di ascoltare il Padre che è dentro di noi.

Il Padre è una figura fondamentale, presente, come lo è quella della Madre, archetipicamente nella psiche di tutti, una figura che ci guida nel mondo mediante regole senza le quali siamo perse, che ci dà la capacità di elaborare il dolore, che ci dà stima e forza in noi stessi, e ci regala la voglia, e la possibilità, di guardare in alto, e oltre, alla ricerca di nuovi domini e nuove dimensioni da affrontare.

La nostra cultura ha perso il Padre, e non può più crescere: siamo destinati a restare una società di eterni bambini, sempre indecisi fra una merendina e un videogioco, incapaci di andare oltre e affrontare l’esistenza dalla porta dell’esistenza e non dal video del reality show o dell’ultimo videofonino acquistato.

-Hai letto i libri di Risè, tu?- mi chiede Matrix.

Sono libri bellissimi e impressionanti, e riportano statistiche scientifiche terribili: “Il Padre, l’assente inaccettabile” riporta chiaramente come in testa ai suicidi, agli homeless, ai depressi, ai carcerati per gravi pene, ai tossicodipendenti, così come ai bambini violentati, ci sono loro, sempre loro: i fatherlessen, i bambini cresciuti senza il padre.

Perdere il Padre interno, ma anche quello esterno, vuole dire perdere il diritto alla vita, al confronto con l’esistenza, alla possibilità di vivere la propria autonomia come autonomia e non come desideri che qualcun altro ci deve soddisfare, lasciandoci alla nostra impotenza.

Lentamente io e Matrix torniamo verso casa mia.

Ci accolgono Paolik e Luca Suhe, i miei due figli più piccoli. Mancano i due più grandi: prima o poi verranno. Al momento sono indaffarati con la madre.

Chiedo a Matrix se vuole bere qualcosa, un bicchiere della staffa prima di andarsene.

Lui guarda la sua compagna, la bellissima Lara, russa, e lei gli dice che non se la sente di restare.

Matrix sorride e mi fa capire che deve andare: Lara ha un violento attacco di nausea, e vuole tornare a casa.

E già: Matrix e Lara aspettano un bambino.

Ed è questa la vita, la vita che continua: perché, da qualche parte del mondo, in una strada o in un angolo oscuro dell’Inconscio dove solo una ferita porta luce, c’è ancora un Padre che vuole tornare ad essere Padre.

Gaetano Giordano, psic in Roma

[Postato da Psic su 25 Oct 2005, 03:18
in General ( PSIC – Uno Psicologo on line)]

Un ringraziamento, in questa notte di notte e di sogni, per E.R., che mi ha accompagnato per le mie strade e i miei orizzonti

NOTA: I PERSONAGGI DELLE STORIE NARRATE SONO STATI RESI COMPLETAMENTE INIDENTIFICABILI.
I LORO DATI ANAGRAFICI E OGNI CARATTERISTICA ATTA A FARLI RICONOSCERE E’ STATA MODIFICATA

La violenza è un nesso, non una caratteristica di un soggetto…

Le femministe non vogliono ammettere che nella maggior parte dei casi, forse nel 95% dei casi, la violenza è frutto di un corto-circuito relazionale fra due individui legati a una relazione malata, e non di un “colpevole”. Parliamo ovviamente di violenza di coppia, di casi di media o lunga  durata (e non della violenza da strada), casi nei quali gli equilibri sono malati, e malati perché assestati su una ricorsività del conflitto come chiave di volta della relazione.

Storie in cui mariti picchiano e menano anche troppo ne conosciamo tutti: ma non è come è fin troppo facile scotomizzare, cioè lui “cattivissimo”, lei “santa”.

 

C’è sempre una patologia / assurdità di entrambi che lega entrambi a entrambi: detto in termini scientifici, la violenza è un nesso di relazione. Un circuito (meglio: un corto circuito), cioè, che non è possibile segmentare in percorsi lineari (“A” picchia “B” perché “A” è “violento”: tipico esempio di lettura unilineare che crea effetti paradossali, in quanto non in grado di impedire il fenomeno, ma anzi di esasperarlo).

La violenza è un nesso, non una caratteristica di “un” soggetto…

Questa è una acquisizione della psichiatria ormai ultracinquantennale, e negarla significa ritornare alla dimensione manicomiale e, peggio, lombrosiana tipica di cento e più anni fa.

Le considerazioni su esposte potrebbero scaturire da una semplice domanda.  Infatti….

Avete presente un’esplosione?

Un’esplosione di un bidone di benzina in cui qualcuno ha messo un cerino acceso.

L’esplosione è dovuta:

1) Ai vapori della benzina?

2) Alla fiamma del cerino?

La risposta è in un’altra domanda: ma se mettiamo il cerino acceso in un bidone d’acqua, cosa accade?

Il punto è allora non nelle caratteristiche “in sé” degli oggetti, ma nella relazione che gli “oggetti” assumono fra loro.

Essendo l’esempio banalmente esemplificativo, mira ovviamente a illustrare solo un livello del problema: quello, appunto, secondo il quale  è la relazione che le “cose” assumono fra loro, e non le caratteristiche delle cose “in sé”, a generare i “comportamenti” che poi il nostro cervello attribuisce alle “cose” (o alle persone).

Le “caratteristiche” di ogni “cosa” si esprimono a seconda della interazione con un determinato ambiente:  se si mette un violino in acqua non suona: marcisce.

E’ altrettanto evidente, però, almeno nella mia opinione (ma non solo mia, ma di tutta una vastissima schiera di autori), che la stessa lettura può esser trasferita su una coppia di esseri umani: sai benissimo che qualità come “leadership”, “passività”, “aggressività”, “timidezza”, non possono esser considerate solo caratteristiche del singolo, ma tendenze che poi si esprimono come nesso di una sua relazione con l’ambiente e con l’altro

(Vedi per tutti. “Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi”, Watzlawick Paul;Beavin J. H.;Jackson D. D., Astrolabio Ubaldini, Roma 1971; e: Watzlawick P. et al., La Prospettiva Relazionale, Astrolabio, Roma, 1978).

In altri termini, stiamo parlando di acquisizioni ormai scontate in psichiatria, che di colpo, con queste prospettive, vengono negate.

Metti un uomo “violento” con una “masochista” e avrai un effetto; metti un “violento” con una donna poliziotto e ne avrai un altro.

Attenzione; non sto sostenendo che tutte le donne devono diventare “poliziotti” in caso di violenza: dico che l’intreccio che lega il preteso persecutore alla pretesa vittima, è un legame che affonda le sue radici in dimensione personale della “vittima” e del “persecutore”, modificando una dei quali si può modificare il problema : “quella che chiamiamo “la vita psichica, mentale o spirituale, ha luogo nello spazio di relazione dell’organismo” (Maturana H., La objetividad – un argumento para obligar, Tercer Mundo Editores, Bogota, 1997 ) e “inoltre, dal momento che il linguaggio come dominio di coordinazioni comportamentali consensuali è un fenomeno sociale, anche l’autocoscienza è un fenomeno sociale che non avviene entro i confini anatomici della corporeità dei sistemi viventi che la generano. Al contrario è esterno ad essi e riguarda il loro dominio di interazioni come una maniera di coesistere” (Maturana H., Autocoscienza e Realtà, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1993 ). Ovviamente non c’è solo Maturana a dire cose del genere, perché dovrei partire da Watzlawick per arrivare – con dei distinguo – fino a Laing e ad altri autori. Tutti dimenticati dalla sinistra che prima ne aveva comunque fatto una bandiera per dimostrare che la follia e la criminalità del singolo sono l’espressione di disfunzioni del sistema e non del “suo” esser “matto” o “criminale”.

Il problema della criminalizzazione genetica del maschio violento perché maschio, genera in realtà la donna come “vittima”, perché le impedisce, in questa lettura, l’autonomia decisionale che le serve per sottrarsi al “violento”.

Ad esempio, l’ultimo articolo uscito sullo stalking (vedi la Newsletter dell’Associazione Italiana di Psicologia Giuridica, sotto linkata), evidenzia come nella coppia stalker-vittima siano in atto giochi relazionali psicotici o nevrotici che dir si voglia: e tieni conto che gran parte degli studi provengono proprio da soggetti ospiti di centri contro la violenza.

D’altra parte, sostenere il contrario significa riportare la psichiatria alla criminologia di Lombroso, negando tutta la corrente psicoanalitica e psicologica come base ma, soprattuttto, tutta la psichiatria sistemica.

Questo excursus della ideologia di sinistra è assolutamente paradossale: partita dalla tutela del disagio mentale come espressione non della “follia” di un “singolo” – ma come l’emergere in un soggetto di disfunzioni sistemiche e metasistemiche, è finita per diventare moralistica e lombrosiana, negando che il disagio esprime una crisi del sistema (sociale, familiare, e quel che vuoi) e riaffermando i criteri descrittivi tipici del nazismo: la violenza nasce come caratteristica biologica del maschile, cheap online pharmacy e dunque il maschio è il solo responsabile della violenza e va punito come criminale costituzionale.

Una follia da eugenetica della razza, nella quale in un colpo solo si cancellano il concetto della patologia (che non è legittimazione o scusa, ma spiegazione e ricerca di strumenti di tutela delle vittime) come momento di disagio di un sistema e si riafferma il vecchio vizio di internare e maltrattare la devianza scomoda, invece di recuperare un individuo.

Si ignora poi, appunto, che quello che il nostro cervello legge come “comportamento” di “un” soggetto, è invece l’espressione di una sua relazione con l’ambiente.

Siamo tornati a Lombroso e cancellato cento anni di psicologia e cinquanta di psichiatria sistemica: Pragmatica della Comunicazione Umana, ma anche i testi di Minuchin, sono di cinquanta anni fa (primi anni sessanta), quelli della Selvini Palazzoli hanno più di trenta anni (da “Paradosso a Controparadosso” passando per “I giochi Psicotici in famiglia””) ma sono stati distrutti dopo esser stati tipica espressione di una sinistra che rifiutava il concetto dell’equazione “disagio del singolo = individuo folle”.

Il discorso secondo cui il maschio è violento perché maschio diventa dunque qui il portato di una nuova epistemologia che ha le sue radici nella logica nazista: basta vedere i commenti forcaioli che compaiono in altri siti quando si pubblica una qualche notizia di violenza.

Incitamenti alle più truci violenze partono da tutti gli utenti e nessuno si accorge che – allora – la violenza serve a legittimare la propria violenza.

 

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LINK VERSO LA NEWSLETTER DELL’AIPG (vedi n. 41, a tutt’oggi l’ultimo uscito)

LINK VERSO L’ARTICOLO SULLO STALKING

Dio li fa e poi li accoppia? Complessità e circolarità della relazione di stalking

Un articolo basato su evidenze scientifiche e destinato a porre non pochi dubbi sulla reale natura dello “stalking” e sulla validità e adeguatezza di una lettura unilineare, unilaterale e criminalizzante del fenomeno.

Tratto dalla Newsletter dell’AIPG – Associazione Italiana di Psicologia Giuridica (clicca qui per andare alla Newsletter dell’AIPG e clicca qui per andare al sito dell’AIPG):

Stalking è un termine inglese (letteralmente: perseguitare) che indica una serie di atteggiamenti tenuti da un individuo che affligge un’altra persona, perseguitandola ed ingenerando stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianità.

Questo lavoro, è un tentativo, attraverso una rilettura sistemica, di identificare gli elementi che potrebbero meglio descrivere una possibile complementarietà strutturale tra vittima e persecutore.

Analizzando, infatti, la “coppia” che si struttura tra il persecutore ed il perseguitato, le motivazioni atte a spiegare un tale fenomeno sembrano da ricercarsi, eccetto i casi in cui è presente una psicopatologia conclamata dello stalker, all’interno delle dinamiche relazionali che intercorrono tra lo stalker e la sua vittima, e che spiegherebbero per altro anche la longevità di tali rapporti.

Non essendo possibile darne una spiegazione “semplice”, ci si propone di utilizzare la complessità, un approccio multidimensionale che considera tanto la singolarità che la totalità integratrice, come linguaggio attraverso il quale è possibile descrivere le dinamiche delle situazioni e degli eventi dei sistemi umani. Pertanto, facendo riferimento alla Teoria generale dei Sistemi e al ciclo di vita, ed esplorando le dinamiche esistenti all’interno dei legami di attaccamento, ci si focalizza sul funzionamento e le dinamiche di questo particolare tipo di coppia. Ponendo l’accento sulle interazioni, piuttosto che sulle caratteristiche personologiche di ciascun singolo individuo, lo scopo è tentare di spiegare come si forma e perché si autoalimenta il peculiare “circuito” che caratterizza la “relazione di stalking”.

La peculiarità e la complessità dei fenomeni umani è data dall’intreccio di una vasta gamma di variabili comportamentali, diverse tra loro, che entrano in gioco tutte le volte che l’individuo si trova in una situazione sociale, indipendentemente dalla sua intenzionalità.

Gli elementi comunicativi che emergono all’interno di una relazione, vengono elaborati in base alla struttura degli interagenti e successivamente, dopo aver attribuito ad essi un particolare significato, ciascuno di loro li categorizza secondo un ordine ed infine li trasmette all’altro.

Diventa, quindi, pregnante il concetto di autoreferenzialità nella definizione di me, l’altro, me con l’altro, in una relazione triadica, dove entrano in gioco le componenti individuali di ciascun elemento del sistema che disciplinano gli interscambi. Possiamo concludere, quindi, che dall’inter – azione tra due persone nasce la relazione.

Questo inter – scambio consente di far emergere delle qualità individuali, in ciascun elemento facente parte del sistema, che non sono esprimibili al di fuori di quella stessa relazione.

Tali qualità si plasmano in una unità individualizzata, con caratteristiche così peculiari, da differenziarla da qualsiasi altro sistema.

Nello specifico, in una relazione di coppia, i partner si scelgono reciprocamente e inconsapevolmente mediante una aderenza emotiva e psicologica, creando un sistema nuovo e unico, che è il “sistema coppia”. Tale accoppiamento strutturale si rende possibile, in quanto il comportamento di due o più unità è tale che la condotta di ciascuna di esse è una funzione della condotta delle altre, determinando così, una circolarità reciproca, ove ogni comportamento risulta essere contemporaneamente causa ed effetto.

Le coppie o le famiglie presentanti dei comportamenti tradizionalmente definibili come “disfunzionali”, fino anche a diventare “patologici”, in uno o più membri di esse, si reggono su un giro di transazioni, e quindi di regole, peculiari a quel tipo di disfunzione/ patologia, e che i comportamenti-comunicazione e i comportamenti–risposta avranno caratteristiche tali da mantenere le regole e quindi le transazioni patologiche.

Anche un comportamento, come le molestie assillanti, che, in diversi modi, riduce all’impotenza chi ne è apparentemente vittima, non è un comportamento – potere, ma un comportamento – risposta.

Eppure chi ha la meglio crede di essere il solo a detenere il potere, così come il soccombente è convinto di essere il solo a non avere il potere.

In realtà, queste convinzioni sono errate, perché il potere non appartiene né all’uno né all’altro. Il potere è nelle regole del gioco che si sono stabilite nel tempo, nel contesto pragmatico di coloro che vi si sono ritrovati coinvolti (Selvini Palazzoli et Al., 2003).

La relazione di coppia, inoltre, può essere definita come il risultato dell’incontro tra due vissuti relazionali, nei quali sono presenti i modelli introiettati della relazione genitoriale.

Il partner, quindi, verrebbe scelto, non a caso, ma compatibilmente all’opportunità di soddisfare alcuni bisogni fondamentali di ciascun individuo, quali: attaccamento – accudimento e sessuale.

Sembra quindi che si tenda a scegliere un partner con una configurazione compatibile con la propria, ovvero una persona che conferma la percezione di sé e degli altri e convalida la ripetizione dei propri modelli relazionali, dando origine ad una diade in cui ognuno soddisfa le aspettative dell’altro.

Non di rado, in queste relazioni di coppia che assumono la forma di un rapporto tra “inseguitore” ed “inseguito”, è possibile riscontrare la presenza di un partner evitante ed un partner ambivalente (Loriedo, Picardi, 2000) .

La funzionalità di una relazione o la sua disfunzionalità sono legate, infine, non solo alla coerenza individuale, al tipo di relazione stabilita, allo spazio ed al tempo; ma anche alle caratteristiche di flessibilità – rigidità.

La relazione vittima – persecutore è caratterizzata da una complementarietà rigida che costituisce un incastro all’interno del quale, la vittima (one – down), con ruolo apparentemente passivo, non può cambiare, in nessun caso ed in nessuna area della relazione, la sua posizione rispetto a quella del persecutore (one – up), che al contrario riveste un ruolo apparentemente attivo, dominante (Cirillo, Di Blasio, 1989).

Ipotesi di ricerca
alla premessa teorica, ne deriva che le caratteristiche di una relazione sono riconducibili in parte agli stili di attaccamento dei singoli individui, ed in parte a qualità emergenti di quel peculiare sistema e ai modelli di relazione di appartenenza.

Il metodo adottato si rifà ad uno studio preliminare condotto in un Centro Antiviolenza di Messina (Siracusano, 2009), in cui è stata rilevata la possibilità, per la vittima, di una effettiva influenza, tra un particolare modello di relazione di appartenenza e il modello di relazione con il partner.

Il presente studio, si pone l’obiettivo di verificare l’ipotesi sopra esposta, estendendo la numerosità del campione, stratificandolo sia geograficamente che per età anagrafica, e somministrando il test sia alle vittime di stalking che agli offender,di entrambi i sessi, con l’intento di verificare se anche la tipologia familiare percepita e ideale dello stalker coincida con quella della vittima, permettendo così di chiudere il cerchio. Inoltre, ritenendo che lo stile di attaccamento posseduto sia un fattore fondamentale nell’indirizzare i processi di selezione nonché di mantenimento di una relazione, si è pensato anche di misurare lo stile di attaccamento posseduto tanto dalle vittime che dagli offender, correlandolo con i modelli relazionali di appartenenza e futuri.


Campione
Il contributo di ricerca si inserisce in un progetto più ampio la cui popolazione è stata costruita grazie alla collaborazione di diversi Centri Antiviolenza sulle Donne e ad alcuni Istituti penitenziari. Per l’obiettivo dell’indagine il campione di convenienza è costituito un numero pari a 140 soggetti così suddivisi: 50 vittime di sesso femminile, 20 vittime di sesso maschile, 50 stalker di sesso maschile, 20 stalker di sesso femminile.

Strumenti
Pur riconoscendo l’importanza delle dinamiche interne che sottendono gli aspetti comportamentali di un individuo, in questa sede si è scelto di concentrarsi maggiormente su aspetti sovrastrutturali, quelli relazionali quindi, utilizzando come strumenti, il Faces III versione famiglia (Olson, Portner, Lavee, 1980; Olson, 1986; 1995) e l’Adult Attachment Scale (AAS, Hazan & Shaker, 1987).

Faces III: tale strumento consiste in un questionario di autovalutazione che permette di evidenziare la percezione che il soggetto intervistato ha delle proprie relazioni familiari, sia rispetto alla Famiglia Percepita, che a quella a cui vorrebbe tendere Idealmente. Il modello di Olson permette così di analizzare i due movimenti opposti del sistema familiare, attribuiti dall’autore alle dimensioni di coesione e di adattabilità: è dalla loro combinazione – i punteggi vengono distribuiti su due assi ortogonali – che Olson giunge ad identificare 16 diversi tipi di sistemi coniugali e familiari. Pertanto, le intersezioni di questi due parametri tenderebbero, quindi, a fornire informazioni utili sull’intero funzionamento familiare (Mazzoni, Tafà, 2007).

Adult Attachment Scale: Questo test misura come le persone vivono le relazioni di vicinanza rispetto alle tre tipologie di attaccamento: sicuro, evitante e ambivalente.

Ai soggetti viene richiesto di stimare quanto ciascuna delle 3 proposizioni presentate, descriva il loro stile di attaccamento.

Alla luce del punteggio ottenuto è possibile identificare lo stile di attaccamento dominante per il soggetto.


Risultati preliminari
Dalle analisi finora condotte su un campione parziale di vittime – donne, composto da 24 soggetti selezionati casualmente, provenienti da diverse regioni d’Italia, di età compresa tra i 16 e i 65 anni, appartenenti a tutti livelli socio- culturali, è emerso:

1. Per il FACES III: la categoria Percepita rigida/disimpegnata si manifesta con una maggior frequenza rispetto alle altre (41,7%); mentre per quanto concerne la categoria Ideale quella che è maggiormente rappresentata è la caotica/connessa (25%);

2. Per L’AAS: la categoria che si presenta con maggior frequenza è quella evitante (62,5%);

3. La correlazione tra i due test mostra una tendenza alla correlazione negativa, ovvero alla tendenza a percepire il proprio modello di relazioni di appartenenza come rigido/ disimpegnato corrisponde uno stile di attaccamento di tipo evitante.

In conclusione, dall’analisi di un campione preliminare di vittime – donne, emerge che, in linea con le nostre ipotesi, la vittima di stalking, percepisce, in media, la propria famiglia di origine come tendenzialmente “rigida/disimpegnata”, e che invece desideri, idealmente, una famiglia che tenda allo stile “caotico/connesso”.

Questa caratteristica sarebbe un fattore facilitante nella ricerca da parte della vittima di un partner controllante e fortemente bisognoso di affetto, caratteristiche tipiche di uno stalker.

Compatibilmente con l’idea che esista una correlazione causale reciproca tra il fatto di essere o esser stata una vittima di stalking e il fatto di ricercare un tipo di relazione invischiata, si prevede che questa predisposizione possa collimare con la tipologia familiare percepita e ideale dello stalker, a prescindere dal suo genere sessuale, ovvero percepire la propria famiglia come “caotica/invischiata” e tendere ad uno stile a sua volta invischiato.

Dai risultati 1 finora ottenuti, emerge inoltre, uno stile di attaccamento di tipo evitante per le donne vittime di stalking ed in linea con le nostre ipotesi ci aspettiamo quindi, proseguendo la ricerca, di trovare uno stile di attaccamento ambivalente/ invischiato nello stalker.

Infine, la correlazione tra il FACES III e l’ AAS, evidenzia, che per la vittima possedere uno stile di attaccamento di tipo evitante/distanziante, corrisponde l’appartenenza ad uno stile di funzionamento familiare di tipo “rigido/ disimpegnato”.

Ciò che ci si attende relativamente allo stalker, pertanto, è rilevare una corrispondenza tra uno stile di attaccamento di tipo ambivalente ed un modello di relazione di appartenenza di tipo “caotico/invischiato”, ipotesi che, se si rivelasse fondata consentirebbe di poter dimostrare la sussistenza di una complementarietà strutturale tra vittima e persecutore, e quindi che “Dio li fa e poi li accoppia”.

Tuttavia, essendo questi dati preliminari, benché promettenti, necessitano di ulteriore approfondimento con l’aumento della numerosità del campione.

1 Vedi Tabelle in Appendice pag. 16


Autrici:

Serena Mastroberardino
Psicologa, Professore a.c.
Università “La Sapienza” di Roma
Ricercatrice RACIS
Membro Esperto AIPG

Arianna Proietti Valentino
Psicologa, Ricercatrice RACIS, Ricercatrice AIPG

BIBLIOGRAFIA

  • Cirillo, S. & Di Blasio, P. (1989). La famiglia maltrattante. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Haley, I. (1985). La terapia del problem solving. Roma: La Nuova Italia Scientifica.
  • Hazan C. & Shaver P. (1987). Romantic love conceptualized as an attachment process. Journal of Personality
  • and Social Psychology, 52, 511- 524.
  • Loriedo, C. & Picardi, A. (2000). Dalla teoria generale dei sistemi alla teoria dell’attaccamento. Percorsi e modelli
  • della psicoterapia sistemico – relazionale. Milano: Franco Angeli.
  • Malagoli Togliatti, M., Angrisani, P. & Barone, M. (2000). Psicoterapia con la coppia. Milano: Angeli.
  • Mazzoni, S. & Tafà, M. (2007). L’intersoggettività nella famiglia. Procedure multi metodo per l’osservazione e la valutazione delle relazioni familiari. Milano: Franco Angeli.
  • Olson, D.H. (1986). Circumplex Model VII Validation studies and FACES III. Family Process, 25, 337-351.
  • Olson, D.H. (1995). “Il modello circonflesso dei sistemi coniugale e familiare”. In Walsh, F. (a cura di). Ciclo vitale e dinamiche familiari. Milano: Franco Angeli.
  • Olson, D.H., Portner, J., Lavee, Y., (1985). FACES III Family Social Science, University of Minnesota, 290 McNeal Hall, St Paul, Minnesota
  • Selvini Palazzoli, M., Boscolo, L., Cecchin, G. & Prata, G. (2003). Paradosso e controparadosso. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Siracusano, P. (2009). Stalking, un’oscura complessa circolarità. Rivista di Psicoterapia Relazionale, 29, pp. 87-103

Articolo tratto dalla Newsletter dell’AIPG – Associazione Italiana di Psicologia Giuridica (clicca qui per andare alla Newsletter dell’AIPG e clicca qui per andare al sito dell’AIPG)

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Per dovere di completezza scientifica, riportiamo qui l’abstract di un altro interessantissimo articolo sullo stalking, che riporta i dati di una ricerca scientifica condotta nel 2009.L’articolo è citato nella bibliografia su riportata, ed è acquistabile presso il sito della Franco Angeli Edizioni (http://www.francoangeli.it/Home.asp)

Siracusano, P. (2009). Stalking, un’oscura complessa circolarità. Rivista di Psicoterapia Relazionale

ABSTRACT:In questo lavoro viene descritto e affrontato il fenomeno dello stalking, all’interno del quale si esprimono e si mettono in atto dei curiosi e pericolosi giochi relazionali, che vedono protagonisti tanto la vittima quanto il persecutore. In particolare, viene punteggiato sull’identificazione di elementi che potrebbero meglio descrivere una possibile complementarietà strutturale tra vittima e persecutore, nel tentativo di poter ridisegnare la relazione vittima-stalker, in un’unità individualizzata. Mediante l’uso della scala di valutazione FACES III è stato condotto una preliminare indagine, dalla quale sono emersi dei dati interessanti. Gli elementi strutturali, riconducibili alla coerenza e ai modelli d’appartenenza nella vittima, che emergono, ruotano, in base ai risultati ottenuti, intorno al bisogno di vicinanza affettiva, reso possibile, secondo il modello di origine, solo attraverso il controllo, dal quale chiaramente si vuole sfuggire. Tali esigenze si connettono, in termini di accoppiamento strutturale, con le esigenze dello stalker, che tende a controllare il proprio oggetto d’amore per timore del rifiuto o dell’abbandono.Stalker e victim stalker sarebbero, così, intrappolati in una complementarietà rigida espressa attraverso un gioco reciproco e ricorsivo.

stalking

Charlie Chaplin: quando il tempo passato interroga quello futuro

Indimenticabile….

il Grande Dittatore

Riporto integralmente il monologo finale tratto da “Il Grande Dittatore” di Charlie Chaplin, proiettato per la prima volta nel 1940. Ne consiglio caldamente la visione.

Questo testo rappresenta, durante quei tragici anni, il pensiero di Chaplin: un’utopia anarchica della liberazione dell’uomo da ogni forma di sudditanza e sfruttamento e dunque la speranza in un mondo migliore.

“Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore, non è il mio mestiere. Non voglio governare, ne’ conquistare nessuno, vorrei aiutare tutti se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro.

In questo mondo c’è posto per tutti: la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca fra le cose più abbiette.

Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l’abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità, più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è violenza, e tutto è perduto.

L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà nell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità. Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, miolini di uomini donne e bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente.

A coloro che mi odono io dico: non disperate! L’avidità che ci comanda è solamente un male passeggiero, l’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano.

L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori. E il potere che hanno tolto al popolo, ritornerà al popolo. E qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.

Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare! buy antibiotics online Che vi irregimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie! Non vi consegnate a questa gente senza un’anima! Uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore! Voi non siete macchine, non siete bestie, siete uomini! Voi avete l’amore dell’umanità nel cuore! Voi non odiate, coloro che odiano sono quelli che non hanno l’amore altrui!

Soldati! Non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate nel vangelo di San Luca è scritto: “il Regno di Dio è nel cuore dell’uomo”, non di un solo uomo, o di un gruppo di uomini, ma di tutti gli uomini! Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, la forza di creare la felicità. Voi il popolo avete la forza di fare che la vita sia bella e libera, di fare di questa vita una splendida avventura. Quindi, in nome della democrazia, usiamo questa forza. Uniamoci tutti! Combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore, che dia a tutti gli uomini lavoro, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza.

Promettendovi queste cose, dei bruti sono andati al potere. Mentivano! Non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno. I dittatori forse sono liberi, perchè rendono schiavo il popolo. Allora combattiamo per mantenere quelle promesse. Combattiamo per liberare il mondo eliminando confini e barriere, eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza! Combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere.

Soldati! In nome della democrazia, siate tutti uniti!

Hannah, puoi sentirmi? Dovunque tu sia abbi fiducia.

Guarda in alto, Hannah! Le nuovole si diradano, comincia a splendere il sole. Prima o poi usciremo dall’oscurità verso la luce e vivremo in un mondo nuovo, un mondo più buono, in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio della loro brutalità.

Guarda in alto, Hannah! L’animo umano troverà le sue ali e finalmente comincerà a volare, a volare sull’arcobaleno verso la luce della speranza, verso il futuro, il glorioso futuro che appartiene a te, a me, a tutti noi.

Guarda in alto, Hannah.

Lassù!”


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